terça-feira, 26 de fevereiro de 2013

S. Alfonso Maria de Liguori Del sacrificio di Gesù Cristo

 
S. Alfonso Maria de Liguori
Del sacrificio di Gesù Cristo

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Testo





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1. Quest'aggiunta del Sacrificio di Gesù Cristo confesso averla tratta ed epilogata da un'opera di un dotto autor francese.1 L'opera è alquanto piena e distesa; e perché può ella giovare non solo a' sacerdoti che celebrano la Messa, ma anche ad ognuno che vi assiste, perciò ho procurato di darne al pubblico



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il seguente ristretto. Si è detto del Sacrificio di Gesù Cristo, perché quantunque da noi si distingue con diversi nomi, il sacrificio della croce dal sacrificio dell'altare, non di meno in sostanza è lo stesso, poiché la stessa è la vittima, e lo stesso è il sacerdote, che un giorno sagrificò se stesso nella croce, e solamente la ragion di offerire è diversa; sicché il sacrificio dell'altare è una continuazione o sia innovazione di quello della croce, solo nel modo di offerire diverso.2

2. Di questo sacrificio del nostro Redentore furono già figure tutti i sacrifici dell'antica legge, quali erano di quattro sorte: pacifici, eucaristici, espiatori ed impetratori. I sacrifici pacifici furono istituiti a rendere a Dio l'onore dovuto di adorazione come supremo Signore del tutto, e di tal sorta già erano gli olocausti. -Gli eucaristici erano diretti a ringraziare il Signore di tutti i benefici a noi concessi. -Gli espiatori furono ordinati ad impetrare il perdono de' peccati. Questa sorta di sacrifici era poi specialmente figurata nella festa dell'espiazione, colla figura del capro emissario, che veniva scacciato dal campo alla foresta, come carico di tutti i peccati degli ebrei, per esser colà divorato dalle fiere; e questo sacrificio fu una figura più espressa del sacrificio della croce, dove Gesù Cristo fu caricato di tutti i peccati degli uomini, come predisse Isaia: Et posuit Dominus in eo iniquitates omnium nostrum (Is. LIII, 6). E fu scacciato vituperosamente fuori di Gerusalemme, onde scrisse l'Apostolo: Exeamus igitur ad



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eum extra castra, improperium eius portantes
(Hebr. XIII, 13). E poi fu abbandonato alle fiere, si intende a' Gentili, che lo crocifissero. -Finalmente i sacrifici impetratori erano ordinati affin di ottenere da Dio gli aiuti e le sue grazie.

3. Or tutti questi sacrifici non ebbero più luogo nella venuta del Redentore, poiché il solo sacrificio di Gesù Cristo, che fu perfetto, a differenza degli antichi ch'erano tutti imperfetti, bastò a soddisfare per tutti i peccati e ad impetrare agli uomini tutte le grazie. Quindi entrando egli nel mondo, disse: Hostiam et oblationes noluisti, corpus autem aptasti mihi. Holocautomata pro peccato non tibi placuerunt. Tunc dixi: Ecce venio: in capite libri scriptum est de me: ut faciam, Deus, voluntatem tuam (Hebr. X, 5 ad 8). E così noi con offerire a Dio il sacrificio di Gesù Cristo veniamo a compire tutti i nostri doveri, ed a riparare a tutti i nostri bisogni; e così insieme veniamo a conservare un santo commercio fra noi e Dio.

4. In oltre bisogna intendere che nell'antica legge a rispetto della vittima che dovea essere offerta a Dio, richiedevansi cinque condizioni, per le quali ella rendeasi degna di Dio; e queste erano la santificazione, l'oblazione, l'immolazione, la consumazione e la participazione.

Per I. La vittima dovea esser santificata, o sia consagrata a Dio, affinché non gli fosse offerta una cosa non santa, e perciò indegna della sua divina maestà. Pertanto l'animale destinato per vittima doveva essere esente da ogni macchia o difetto, sicché non fosse né cieco, né zoppo, né debole, né deforme, come tutto stava prescritto nel Deuteronomio (Cap. XV, n. 21). E con ciò fu dinotato in primo luogo che tale sarebbe stato l'agnello divino di Dio promesso, che doveva esser sacrificato per la salute del mondo, santo e libero da ogni difetto. In secondo luogo con tal precetto fummo noi ammaestrati che le nostre orazioni o altre opere sante, non sono degne di essere offerte a Dio, o che non sono almeno pienamente da lui gradite, se sono macchiate da qualche difetto. In oltre l'animale offerto al Signore non poteva essere applicato più a qualche uso profano; ed era quello talmente riguardato come cosa a Dio consacrata, che non potea toccarlo altri che il solo sacerdote della legge. Il che dinota quanto dispiace a Dio che le persone a lui consacrate sieno senza necessità precisa applicate



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a negozi del secolo, e perciò vivono poi distratti e negligenti negli affari di gloria di Dio.

5. Per II. La vittima doveva essere offerta a Dio; il che faceasi con alcune parole da Dio stesso prescritte.

Per III. Doveva la vittima esser immolala o sia uccisa; ma questa immolazione non si faceva in tutti i sacrifici colla morte; per esempio il sacrificio de' pani di proposizione si facea senza fuoco e senza ferro, ma solo col calore dello stomaco delle persone che ne mangiavano.

6. Per IV. Dovea la vittima esser consumata, il che faceasi col fuoco; e perciò questo sacrificio chiamavasi infiammazione. Precisamente il sacrificio dell'olocausto si facea sempre col fuoco, poiché con quella consumazione della vittima si dava ad intendere il potere assoluto che ha Dio sovra tutte le creature; e che siccome egli le ha tratte dal niente, così può di nuovo al niente ridurle. E questo in verità è l'intento principale del sacrificio, di riguardare Dio come un essere sovrano, talmente superiore ad ogni cosa, che tutte le cose davanti a lui sono un nulla; poiché ogni cosa è inutile a colui che in se stesso possiede il tutto. Il fumo poi che saliva diritto in alto da questo sacrificio dinotava che Dio lo accettava in odore di soavità, cioè con gradimento, come sta scritto del sacrificio di Noè; Noe... obtulit holocausta super altare, odoratusque est Dominus odorem suavitatis (Gen. VIII, [20], 21).

7. Per V. Tutto il popolo anticamente insieme col sacerdote dovea partecipar della vittima; e perciò, eccettuato quello dell'olocausto, negli altri sacrifici la vittima si divideva in tre parti, una al sacerdote, l'altra al popolo, la terza si dava al fuoco, come porzione spettante a Dio, per la quale figuravasi ch'egli in tal modo comunicava con tutti gli altri che partecipavano della vittima. Tutte queste cinque mentovate condizioni ben si adempivano nel sacrificio dell'agnello pasquale, a riguardo del quale il Signore ordinò a Mosè nell'Esodo (al cap. 12) che nel decimo giorno della luna di quel mese, in cui aveva egli liberati gli ebrei dalla schiavitù di Egitto, prendessero e separassero dalla greggia un agnello di un anno, che fosse senza difetto e senza macchia. E questa separazione significava per 1, che quella vittima restava consacrata a Dio. Per 2, a questa consagrazione succedeva l'oblazione che si facea nel tempio, dove gli si presentava l'agnello. Per 3, nel giorno 14



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poi della luna succedea l'immolazione con uccidersi l'agnello. Per 4, l'agnello si arrostiva, e poi si divideva tra i partecipanti, e questa era la partecipazione o sia comunione. Per 5, dopo che l'agnello era stato mangiato da' partecipanti, gli avanzi si consumavano nello stesso fuoco, e questa era finalmente la consumazione del sacrificio.






1 L’Autore, cui allude S. Alfonso, è stato comunemente identificato (Dujardin, Oeuvres Ascétiques de S. A. XIV, pag. 3. - De Meulemeester, Bibliographie, p. 162) con l’opera francese: “L’Idée du Sacerdoce et du sacrifice du Jésus Christ donnée par le Rév. De Condren, second Supérieur Général de l’Oratoire de Jésus, avec quelques Eclaircissements et une Explication de la Messe, par un Prêtre de la même Congrégation. Paris. 1677”. Questo prete anonimo firma l’Epitre della dedica a Mgr. Le Camus con le sigle: P. Q., cioè Pascasio Quesnel. Questi, in fatti, che aveva preso l’opera allora inedita del P. Condren sul Sacerdozio e Sacrifizio di Gesù Cristo, “modificandone il contenuto” (VACANT, Dictionnaire de Théologie catholique, art. CONDREN e QUESNEL), vi aggiunse una terza parte con Spiegazioni delle due precedenti ed una quarta con l’Esposizione delle preghiere della Messa.


“L’idée du Sacerdoce....” fu stampato nel 1677, quando Quesnel aveva i primi urti col Sant’Ufficio a proposito dell’”Opera completa” di S. Leone Magno, e pubblicato in italiano, ma senza il nome dell’autore e senza le sigle iniziali, col titolo: “Idea del Sacerdozio e del Sacrificio di Gesù Cristo colla spiegazione delle preghiere della Messa. Opera tradotta dal francese. Napoli, 1771, presso Vincenzo Orsini. Con licenza de' Superiori”, pp. XXIX- 366 in 12°. Una terza edizione, fatta a Macerata (1785), e dedicata al Card. Honorati, Vescovo di Sinigaglia, porta i nomi dei censori della prima versione napoletana, cioè Giuseppe Rossi e Giuseppe Simioli. Benché l’opera originale sia del Quesnel, nessuno vi aveva trovato alcun errore, tranne l’editore francese che nel 1848 ne aveva soppresso le due ultime parti, come “une superfétation hérétique “. Nondimeno, aggiunge Ingold: “Jamais que nous sachions on n’avait remarqué dans ce livre des exagérations jansenisters, comme parle cet éditeur”. (INGOLD, Essai de Bibliographie Oratorienne, Paris, 1880, art. Condren, p. 425).

Noi crediamo che S. Alfonso non abbia avuto tra le mani l’edizione francese, ma la traduzione italiana pubblicata a Napoli nel 1771. In fatti egli parla dell’”autore anonimo”: ciò che non avrebbe detto dell’edizione francese; e di più si danno nelle sue citazioni esplicite o implicite, non poche coincidenze verbali con il testo italiano: fatto non facilmente spiegabile se si ammettesse che il santo Dottore avesse conosciuto solo l’edizione francese. - L’opera di lui non è semplicemente un ristretto, come egli modestamente la chiama, ma resta personale. “L’autore francese - scrive il Santo a Remondini il 5 gennaio 1775 - è dotto, ma è infrascato di tante parole e cose quasi incapibili, che è un tedio leggerlo: ma io le cose che dice, le ho poste tutte in chiaro”. E al P. Villani il 20 marzo 1775: “ Mi mandi Lambertini sopra la Messa, per osservar certe cose”. Sono pure molteplici gli schiarimenti e le osservazioni storiche che si rilevano inserite dall’instancabile scrittore, allora quasi ottantenne. Per le citazioni rimanderemo all’edizione napoletana (1771) dell’anonimo francese ed all’edizione francese della stessa opera (Paris, 1725).




2“Et quoniam in divino hoc sacrificio, quod in missa peragitur, idem ille Christus continetur et incruente immolatur, qui in ara crucis semel seipsum cruente obtulit... Una enim eademque est hostia, idemque nunc offerens sacerdotum ministerio, qui seipsum tunc in cruce obtulit, sola offerendi ratione diversa.” CONCILIUM TRIDENTINUM, Sessio vigesima secunda, caput II. MANSI, Parisiis, 1902, XXXIII, col. 129.

segunda-feira, 25 de fevereiro de 2013

S. Alfonso Maria de Liguori Contrassegni sicuri...il santo amor di Dio

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Testo


Breve atto di perfetto amore di Dio da ripetersi assai spesso.

Dio mio, vi amo sopra ogni cosa, ed in tutte le cose, con tutto me, perché tanto lo meritate.




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L'amor divino nelle scritture si paragona al fuoco.

Il Signore, per dichiararci nel Vangelo1, che egli era venuto in terra a portare il santo amore divino, si esprime col dire, che era venuto in terra a portar fuoco: Ignem veni mittere in terram: e Dio stesso, nell'Apocalisse c. 3. 13., persuade all'anima di provvedersi d'oro infocato: Suadeo tibi, io ti persuado, o anima, emere aurum ignitum, a provvederti di oro infocato, cioè di s. amore.

Or il fuoco ha queste due proprietà; resiste ai contrarj, vale a dire, a' venti e a' soffi, e anzi che smorzarsi con loro, si accresce, ed è operativo: se è fuoco, vuol operare. Ecco però due contrassegni sicuri da riconoscere in noi il s. amore di Dio; opere e pazienza.

Operiamo noi sempre per il nostro Dio, almeno per mezzo di una retta intenzione di fare in ogni cosa la sua divina volontà, d'incontrare in tutto il suo divino beneplacito? Soffriamo noi volentieri per lui ogni cosa a noi avversa, povertà, tribolazioni, infermità, ed altro? anzi che discostarci da lui per tali cose, a lui più ci accostiamo? Noi abbiamo il s. amore di Dio: il nostro amore è fuoco che opera, che resiste a' contrarj: altrimenti no; il nostro amore verso Dio non sarà vero, sarà falso: sarà amore di lingua, non sarà amore di cuore. Contro ciò che ci avvisa ancor s. Giovanni nella sua epist. 2. c. 3. 13. Filioli mei (vedete che espressioni appunto di carità), figliuoli miei, non diligamus verbo neque lingua, non amiamo colle parole, e colla lingua, sed opere et veritate, ma coll'opere e realtà.

Si non operatur, dice s. Gregorio2, se non opera, amor non est, non è amore. E G. Cristo3: Qui habet mandata mea, et servat ea; chi custodisce



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i miei comandamenti e gli osserva con esattezza, ille est qui diligit me, quello mi ama. E di più s. Agostino, Omnia saeva et immania, tutte le cose più amare e più crude, prorsus facilius, et fere nulla efficit amor, assai facili e quasi da nulla le rende l'amore. Sicché, se noi operiamo sempre nel modo detto per il nostro Dio, se custodiamo i comandamenti divini, se gli osserviamo con esattezza, e coi comandamenti divini vengono ancora quei di s. chiesa, gli obblighi del nostro stato, ed ogni proprio dovere: se superiamo con generosità, e ancor con allegrezza, per il nostro Dio ogni cosa a noi contraria, benché più dispiacevole, noi abbiamo il s. amore di Dio. Il nostro amore è fuoco che opera, che resiste a' contrarj: altrimenti no, il nostro amore verso Dio non sarà vero, sarà falso; sarà amore di lingua, non sarà amore di cuore. Filioli mei, non diligamus verbo neque lingua, sed opere et veritate.

Veniamo a qualche sperimento più pratico. Viene il caso di fare quel guadagno, ma è ingiusto; viene l'occasione di prendersi quella soddisfazione, ma è illecita. Vi danno pena i doveri del vostro stato, vi annoiano le fatiche del vostro impiego. E voi, per il vostro Dio non curate quel guadagno, rinunziate al piacere, tutto fate, tutto eseguite: voi avete il s. amore di Dio: il vostro amore è fuoco che opera; altrimenti no, il vostro amore verso Dio non sarà vero, sarà falso, sarà amore di lingua, non sarà amore di cuore. Filioli mei, non diligamus verbo, atque lingua, sed opere et veritate.

Più. Viene all'improviso quella tribolazione, si suscita all'improviso quella lite, da cui tutto il vostro dipende, si perde all'improviso quella persona che era tutta la vostra speranza, tutto il vostro sostegno? Voi tutto con prontezza al Signore offerite, tutto portate ancor con giubilo? Voi avete il s. amor di Dio. Il vostro amore è fuoco che resiste ai contrarj: altrimenti no, il vostro amore verso Dio non sarà vero, sarà falso, sarà amore di lingua, non sarà amore di cuore: Filioli mei, non diligamus verbo, neque lingua, sed opere et veritate.

Oh quanto però più sicuro contrassegno di amore è il soffrire che l'operare: poiché coll'operare, chi ama s'impiega in grazia della persona amata, e però è segno che l'ama; ma chi soffre, non si cura nemmeno di sé in grazia di quella; e però è segno che l'ama di più.

E a questo contrassegno singolarmente volle Dio provare il grande amore verso di lui nel s. Giobbe.

Un grande amante di Dio fu certamente il s. Giobbe: ma quando si mostrò veramente tale? Forse quando si vedeva d'intorno una numerosa figliolanza? Quando nuotava nell'abbondanza d'ogni bene? Quando si ritrovava in istato perfetto di sua salute? Sì, anche allora; poiché anche allora tutto riconosceva da Dio, a lui ne dava grazie, offeriva sacrifizj, attendeva ai suoi doveri col dare santi avvisi ai suoi figliuoli, col pregare continuamente per loro, acciocché co' peccati non offendessero mai il loro Signore: Ne forte peccaverint filii mei1. Ma il suo amore verso Dio lo mostrò veramente grande, quando Dio appunto per provare questo suo grande amore verso di lui, lo spogliò in un punto di tutti i suoi beni: gli fece morire in un punto tutti i suoi figli:



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lo privò in un punto affatto della sua salute, e lo ridusse tutto piaghe a spremersi da tutte le sue membra sopra un mondezzaro, con un coccio, la marcia, e a tutti questi così orrendi infortunj, in tutte queste così inaudite afflizioni, altro mai non ripete, se non che con invitta e sempre più che memorabil pazienza: il Signore mi avea dati tutti questi beni, il Signore me gli ha tolti: Dominus dedit, Dominus abstulit. Si è fatto come è piaciuto al Signore. Sicut Domino placuit, ita factum est. Sia benedetto il suo s. nome. Sit nomen Domini benedictum1.

Ma che il s. Giobbe! G.C. medesimo, nell'andare alla passione, disse agli Apostoli2: Apostoli miei, acciocché conosca il mondo che io amo mio Padre, via su andiamo: Ut cognoscat mundus, quia diligo Patrem, surgite eamus. Ecco, ecco il più sicuro ed incontrastabil contrassegno del vero amor di Dio pazienza, pazienza; soffrire volentieri qualunque cosa per lui.

Sono poi celebri i detti e i fatti de' santi su questo punto.

S. Teresa; o patire, o morire: s. Maria Maddalena de' Pazzi; patire e non morire: s. Giovanni della Croce; soffrire e tacere.

I santi martiri sfidavano i carnefici a tormentarli, sfidavano le fiere a divorarli.

S. Liduina soffrì volentieri una penosa infermità di 33. anni.

S. Francesca Romana soffrì volentieri l'esiglio ingiusto del marito, e il confiscamento di tutti i beni di casa; e s. Giovanni della Croce già detto soffrì volentieri una dura carcerazione di nove mesi con mille altri incomodi e patimenti.

Ecco, ecco il più sicuro ed incontrastabile contrassegno del vero amore di Dio, pazienza, pazienza: soffrire, soffrire volentieri qualunque cosa per lui.

Ed oh felice, ed oh beato chiunque che a questi due così sicuri contrassegni, opere e pazienza, fare e soffrire per il gran Dio, riconoscerà in se stesso il s. amore di Dio.

Tutto l'oro del mondo, in paragone d'un picciol grado di s. amore di Dio, non è più che una tenuissima arena3. Omne aurum in comparatione illius arena est exigua: anzi tutte le ricchezze del mondo, in paragone di un picciol grado di santo amore di Dio, non sono più che un nulla, così dice il savio nella Scrittura4. Divitias nihil esse duxi in comparatione illius.

Ma che tutto l'oro del mondo, o tutte le ricchezze del mondo! Neppur tutti li doni soprannaturali più grandi contan nulla senza il s. amore di Dio. Così parla il s. apostolo Paolo5 che tanto ne possedeva di s. amore di Dio, e però tanto bene ne conosceva il suo pregio.

Se io avessi, diceva egli, il dono di tutte le lingue, e parlassi non solo con tutti i linguaggi degli uomini, ma ancora con quel linguaggio mirabile, col quale parlano gli angeli fra di loro; Si linguis hominum loquar et angelorum; e non avessi il s. amore a Dio, charitatem autem non habeam; io non sarei più di un cembalo, che non accorda; Factus sum velut aes sonans, aut cymbalum tinniens.

Se io avessi il più alto dono di profezia, tanto che penetrassi profondamente i misteri più astrusi; Si habuero prophetiam, et noverim mysteria omnia;



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se avessi il dono di tutte le scienze, e un dono così grande di fede, che trasportassi le montagne da un luogo all'altro; Si habuero omnem scientiam, et omnem fidem, ita ut montes transferam; e non avessi il s. amor di Dio; caritatem autem non habeam; io sono un niente; Nihil sum.

E la bella virtù della carità del s. amor di Dio è quella virtù regina delle altre che regna e regnerà in eterno.

La fede dopo morte avrà il suo premio perché vedrà quel che ha creduto; ma la virtù della fede in paradiso non vi sarà.

La speranza dopo morte avrà il suo premio, perché possederà quel che ha sperato; ma la virtù della speranza in paradiso non vi sarà.

La carità, l'amore verso Dio dopo morte avrà il suo premio e regnerà in eterno, perché con immensa beatitudine seguirà ad amare in eterno quel Dio che avrà amato qui in terra.

Oh pure felice però! oh pure beato chiunque ai due così sicuri contrassegni di opere e di pazienza, di fare e di soffrire volentieri per il suo Dio, potrà in sé riconoscere il s. e vero amor di Dio!

Amiamo dunque tutti, amiamo tutti e ciascuno nel modo e nella forma già detta, il nostro Dio. In ogni nostra operazione il nostro Dio abbiamo innanzi agli occhi, seguendo sempre in ogni nostra azione la sua divina volontà, il suo divino beneplacito, e non solo con sofferenza, ma ancor con gioia portiamo tutto ciò che contrario sia al nostro amor proprio e all'umana nostra sensibilità.

Per questo solo ed unico fine di amare il nostro Dio, noi siamo stati da Dio creati e messi al mondo.

In seguir quest'unico e solo fine noi poniamo in questo mondo ogni nostra cura, ogni nostra sollecitudine.

Del solo suo s. amore noi solamente facciamo conto; il solo suo s. amore a lui spesso con istanza chiediamo: Amorem tui solum; il solo vostro amore, o Signore (tutti diciamo spesso, e ciascuno) il solo vostro santo amore, o Signore, colla vostra s. grazia donateci: Amorem tui solum cum gratia tua mihi dones; e son ricco abbastanza; Et dives sum satis; né altro più da voi richiedo; Nec aliud quidpiam ultra posco: come di continuo supplicava quel gran santo tanto innamorato di Dio, il gran s. Ignazio.







1 Luc. 12. 49.





2 Hom. 80. in evang.





3 Io. 14. 21.
1 Iob. 1. 5.
1 Iob. 1. 21.





2 Io. 14. 31.





3 Sap. 7. 9.





4 Ibid. 8.





5 1. Cor. 13.

S. Alfonso Maria de Liguori APPARECCHIO E RINGRAZIAMENTO II. PER IL LUNEDÌ

S. Alfonso Maria de Liguori
Apparecchio e ringraziamento…messa

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  • CONSIDERAZIONI ED AFFETTI - Per l'apparecchio alla messa.
    • CONSID. II. PER IL LUNEDÌ


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CONSID. II. PER IL LUNEDÌ

Hoc facite in meam commemorationem.

(Luc. 22. 19.)


Vogliono buoni teologi, che secondo questo testo i sacerdoti in celebrar la messa son tenuti a ricordarsi della passione e morte di Gesù Cristo. E lo stesso par che richieda l'apostolo da coloro che si comunicano: Quotiescumque manducabitis panem hunc, et calicem bibetis, mortem Domini annuntiabitis 1. Scrive s. Tommaso che appunto a questo fine il Redentore, acciocché in noi fosse continua la memoria del bene ch'egli ci ha ottenuto e dell'amore che ci ha dimostrato morendo per noi, ci ha lasciato il ss. sacramento: Ut autem tanti beneficii iugis in nobis maneret memoria, corpus suum in cibum, et sanguinem in potum fidelibus reliquit 2. Che perciò il sacramento dell'altare vien chiamato dallo stesso s. dottore, Passionis memoriale.


Considera dunque, sacerdote mio, come questa vittima sagrosanta che vai a sacrificare, è quel medesimo Signore che per te ha dato il sangue e la vita.


Ma non solo la messa è memoria del sacrificio della croce, ma è lo stesso sacrificio, mentre lo stesso è l'offerente, e la vittima è la stessa, cioè il Verbo incarnato; solamente nel modo differiscono, mentre quello fu



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con sangue, questo senza sangue: in quello morì Gesù Cristo realmente, in questo muore misticamente: Una eademque est hostia, sola offerendi ratione diversa 1. Immaginati perciò in celebrare di trovarti sul Calvario ad offerire a Dio il sangue e la vita del suo Figlio. Ed in comunicarti immaginati di succiare dalle piaghe del Salvatore il suo sangue prezioso.


Considera di più che in ogni messa si rinnova l'opera della redenzione, talmente che se Gesù Cristo non fosse morto una volta sulla croce, con celebrarsi una messa otterrebbe il mondo gli stessi beni che ci ottenne la morte del Redentore: Tantum valet, scrisse il discepolo, celebratio missae, quantum mors Christi in cruce. Sicché per mezzo del sacrificio dell'altare si applicano agli uomini, e più copiosamente a' sacerdoti che l'offeriscono, tutti i meriti della passione.


Quindi s. Francesco d'Assisi (che si stimò indegno di ascendere al sacerdozio, e perciò non volle essere sacerdote) avverte i sacerdoti a staccarsi da tutte le cose del mondo, e ad attendere solo ad amare ed onorare il loro Dio, che tanto gli ha amati ed onorati: e soggiunge esser troppo grande l'infelicità di quei sacerdoti, che avendo Gesù così loro vicino sull'altare, tengono il cuore attaccato a qualche cosa di mondo: Videte, sacerdotes (sono parole del santo), dignitatem vestram et sicut super omnes propter hoc mysterium honoravit vos Dominus, ita et vos diligite eum et honorate. Magna infirmitas, quando Iesum sic praesentem habetis, et aliud in toto mundo curatis.




Affetti


Signore, io sono indegno di comparirvi avanti; ma animato dalla vostra bontà, che non ostante la mia indegnità mi ha eletto per vostro sacerdote, vengo questa mattina ad offerirvi il vostro Figlio. Vi offerisco dunque, o mio Dio, l'agnello immacolato in soddisfazione de' miei peccati e di quelli di tutti gli uomini. Ecce agnus Dei. Ecco l'agnello che vedeste un giorno sagrificato per la gloria vostra e per la nostra salute sull'altare della croce. Per amore di questa vittima a voi sì cara, applicate i suoi meriti all'anima mia e perdonatemi quanti disgusti v'ho dati per lo passato, gravi e leggieri. Io me ne dolgo con tutto il cuore per aver offeso voi, bontà infinita.


E voi, Gesù mio, venite e lavate col vostro sangue tutte le mie sozzure prima ch'io vi riceva questa mattina: Domine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum, sed tantum dic verbo, et sanabitur anima mea. Io non son degno di ricevervi; ma voi, medico celeste, ben potete sanare con una sola parola tutte le mie piaghe.


Venite e sanatemi.


Erravi sicut ovis quae periit. Io sono la pecorella che volontariamente ho voluto perdermi, fuggendo da voi, mio Redentore; ma voi siete quel buon pastore che avete data la vita per salvarmi: Quaere servum tuum, quia mandata tua non sum oblitus. Cercatemi, Gesù mio, non mi abbandonate. Cercatemi e stringetemi sulle vostre spalle; mentr'io propongo di volervi servire ed amare quanto posso.


Voi avete detto: Oves meae vocem meam audiunt, et non rapiet eas quisque de manu mea. Voi mi chiamate al vostro amore: ecco io lascio



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tutto e vengo a voi, mia vita. Voglio in tutto ubbidirvi. Rinunzio a tutti piaceri del mondo, giacché volete degnarvi questa mattina di darmi in cibo le vostre carni sagrosante.


V'amo, o Gesù mio, sopra ogni bene, e desidero di ricevervi per più amarvi. Voi vi donate tutto a me, io tutto a voi mi dono. Voi avete da essere sempre il mio tutto, l'unico mio bene, l'unico mio amore.


O Maria, madre mia, ottenetemi parte di quell'umiltà e fervore, con cui voi riceveste Gesù nelle vostre sante comunioni.







1 1. Cor. 11.





2 Opusc. 57. lect. 4.
1 Trident. sess. 22. c. 2.





RINGRAZIAMENTO II. PER IL LUNEDÌ


O bontà infinita! O amore infinito! Un Dio si è dato tutto a me e si è fatto tutto mio! Anima mia, unisci tutti gli affetti tuoi, e stringiti col tuo Signore ch'è venuto a posta per unirsi con te ed essere amato da te.


Caro mio Redentore, io v'abbraccio: mio tesoro, mia vita a voi mi stringo, non mi sdegnate. Misero! per lo passato io vi ho discacciato dall'anima mia e mi son separato da voi; ma per l'avvenire voglio perdere prima mille volte la vita, che perdere voi, sommo mio Bene. Scordatevi, Signore, di quante offese vi ho fatte, e perdonatemi. Io me ne pento con tutta l'anima, vorrei morirne di dolore.


Ma con tutte le offese ch'io vi ho fatte, sento che voi mi comandate ch'io vi ami: Diliges Dominum Deum tuum ex toto corde tuo. Ah mio Signore, chi son io, che tanto desiderate d'essere amato da me? Ma già che lo desiderate, voglio compiacervi. Voi siete morto per me, mi avete dato in cibo le vostre carni; io lascio tutto, da tutto mi licenzio, e mi abbraccio con voi, amato mio Salvatore: Quis me separabit a caritate Christi?


Amato mio Redentore, e chi voglio amare, se non amo voi che siete una bellezza infinita, una bontà infinita, degno d'infinito amore? Quid mihi est in coelo? et a te quid volui super terram? Deus cordis mei, et pars mea Deus in aeternum. Sì, mio Dio, e dove posso trovare in cielo o in terra mai un bene più grande di quel che siete voi, ed uno che m'abbia amalo più di voi? Adveniat regnum tuum. Deh! Gesù mio, prendete questa mattina il possesso di



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tutto il mio cuore; io tutto a voi lo dono. Voi possedetelo sempre e possedetelo tutto; discacciatene ogni amore che non è per voi. Voi solo mi eleggo per mia parte e per mia ricchezza. Deus cordis mei et pars mea Deus in aeternum. Lasciate ch'io vi preghi sempre, e vi domandi con s. Ignazio di Loiola: Amorem tui solum cum gratia tua mihi dones, et dives sum satis. Datemi il vostro amore e la grazia vostra, cioè fate che io vi ami e che sia amato da voi, e con ciò sono ricco abbastanza, e niente più desidero né vi domando.


Ma voi sapete la mia debolezza, sapete i tradimenti che vi ho fatti, aiutatemi colla vostra grazia, e non permettete ch'io abbia a separarmi più dal vostro santo amore: Ne permittas me separari a te. Ve lo dico ora, e voglio dirvelo sempre, e voi datemi la grazia di poterlo sempre replicare: Ne permittas, ne permittas me separari a te. Maria ss., speranza mia, queste due grazie impetratemi da Dio, la santa perseveranza e 'l santo amore; niente più vi domando.







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terça-feira, 29 de janeiro de 2013

S. Alfonso Maria de Liguori Del gran mezzo della preghiera

 S. Alfonso Maria de LiguoriDel gran mezzo della preghiera
Ricavato da un'operetta francese ed accresciuto con altri santi pensieri, affetti e pratiche dell'autore

  • PARTE PRIMA
  • PARTE SECONDA






  • PARTE PRIMA



    INTRODUZIONE

    Necessaria a leggersi1



    Io ho date alla luce diverse Operette spirituali2, ma io stimo di non aver fatta Opera più utile di questo Libretto, in cui parlo della Preghiera, per esser ella un mezzo necessario e sicuro, affin di ottenere la salute, e tutte le grazie che per quella ci bisognano. Io non ho questa possibilità, ma se potessi vorrei di questo Libretto stamparne tante copie, quanti sono tutt'i Fedeli che vivono sulla Terra, e dispensarle ad ognuno, acciocché ognuno intendesse la necessità che abbiamo tutti di pregare per salvarci.

    Dico ciò, perché vedo da una parte quest'assoluta necessità della Preghiera, tanto per altro inculcata da tutte le sagre Scritture, e da tutti i SS. Padri; ed all'incontro vedo, che poco attendono i Cristiani a praticar questo gran mezzo della loro salute. E quel che più mi affligge, vedo che i Predicatori, e Confessori poco attendono a parlarne a' loro Uditori, e Penitenti; e vedo che anche i libri spirituali, che oggidì corrono per le mani, neppure ne parlano abbastanza. Quando che tutti i Predicatori, e Confessori, e tutt'i libri non dovrebbero insinuare altra cosa con maggior premura e calore, che questa del pregare. Ben essi inculcano tanti buoni mezzi all'Anime per conservarsi in Grazia di Dio, la fuga delle occasioni, la frequenza de' Sacramenti, la resistenza alle tentazioni, il sentir la Divina Parola, il meditar le Massime Eterne, ed altri mezzi, tutti (non si nega) utilissimi; ma a che servono, io dico, le Predice, le Meditazioni, e tutti gli altri mezzi, che danno i Maestri Spirituali, senza la Preghiera, quando il Signore si è dichiarato che non vuol concedere le grazie se non a chi prega? Petite, et accipietis3. Senza la Preghiera (parlando secondo la Provvidenza



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    (ordinaria) resteranno inutili tutte le Meditazioni fatte, tutti i nostri propositi, e tutte le nostre promesse. Se non preghiamo, saremo sempre infedeli a tutt'i lumi ricevuti da Dio, ed a tutte le promesse da noi fatte. La ragion si è, perché a fare attualmente il bene, a vincer le tentazioni, ad esercitar le virtù, in somma ad osservare4 i Divini Precetti, e consigli5, non bastano i lumi da noi ricevuti, e le considerazioni, e propositi da noi fatti, ma di più vi bisogna l'attuale aiuto di Dio; e 'l Signore questo aiuto attuale (come appresso vedremo) non lo concede se non a chi prega, e perseverantemente prega.
     
      I lumi ricevuti, le considerazioni, ed i buoni propositi concepiti6, a questo servono, acciocché ne' pericoli e tentazioni di trasgredire la divina Legge, noi attualmente preghiamo, e colla Preghiera otteniamo il Divin soccorso che ci preservi poi dal peccato; ma se allora non preghiamo, sarem perduti.

    Ho voluto, Lettor mio, premetter questo mio sentimento a tutto quello che appresso scriverò, acciocché ringraziate il Signore, che per mezzo di questo mio Libretto vi dona la grazia di far con ciò maggior riflessione sull'importanza di questo gran mezzo della preghiera; poiché tutti quelli che si salvano (parlando degli Adulti), ordinariamente per questo unico mezzo si salvano. E perciò dico, ringraziatene Dio, mentr'è una misericordia troppo grande quella ch'Egli fa a coloro, a' quali dà la luce, e la grazia di pregare. Io spero che voi, amato mio Fratello, dopo aver letto questa breve Operetta, non sarete più trascurato da ogg'innanzi7 a ricorrere sempre a Dio coll'Orazione, quando sarete tentato di offenderlo. Se mai per lo passato vi trovaste8 aggravata la coscienza di molti peccati, intendiate che questa n'è stata la cagione, la trascuraggine di pregare, e di cercare a Dio l'aiuto per resistere alle tentazioni che v'hanno afflitto. Vi prego intanto di leggerlo e rileggerlo con tutta l'attenzione, non già perché sia parto mio, ma perché egli è un mezzo che 'l Signore vi porge un bene della vostra eterna salute; dandovi con ciò ad intendere con modo particolare, che vi vuol salvo. E dopo averlo letto, vi prego di farlo leggere ad altri (come potrete), Amici o Paesani, con cui conversereste. Or cominciamo in Nome del Signore.

    Scrisse l'Apostolo a Timoteo: Osecro igitur primum omnium fieri obsecrationes, postulationes, gratiarum actiones. 1. Tim. 2. 1. Spiega S. Tommaso



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    l'Angelicoa che l'Orazione è propriamente il sollevare la mente a Dio. La Postulazione poi è propriamente la Preghiera, la quale, quando la domanda contiene cose determinate, si chiama Postulazione, quando cose indeterminate (come quando diciamo, Deus in adjutorium meum intende), si chiama Supplica. La Obsecrazione è una pia adiurazione, o sia contestazione, per impetrare la grazia come quando diciamo, Per Crucem et Passionem tuam libera nos Domine. Finalmente l'Azione di grazie è il ringraziamento de' benefici ricevuti, col quale, dice S. Tommaso, che noi meritiamo di ricevere benefici maggiori: Gratias agentes meremur accipere potiora. L'Orazione presa in particolare (dice il S. Dottore) significa il ricorso a Dio, ma presa in generale contiene tutte l'altre parti di sopra nominate; e tale noi l'intenderemo, nominandola da qui avanti col nome di Orazione, o di Preghiera.

    Per affezionarci poi a questo gran mezzo della nostra salute, qual'è necessaria, e quanto vaglia ad ottenerci tutte le grazie che da Dio desideriamo, se sappiamo domandarle come si dee. Quindi in questa Prima Parte parleremo prima della Necessità, e del Valore della Preghiera, e poi delle Condizioni della medesima, affinch'ella riesca efficace appresso Dio. Nella seconda Parte poi dimostreremo, che la grazia della Preghiera si dà a tutti; ed ivi si tratterà del modo ordinario, con cui opera la Grazia9.
     
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    CAPO I - DELLA NECESSITÀ DELLA PREGHIERA
    Fu già errore de' Pelagiani il dire, che l'Orazione non è necessaria a conseguir la salute. Dicea l'empio lor Maestro Pelagio1, che l'Uomo in tanto solamente si perde, in quanto trascura di conoscere le verità necessarie a sapersi. Ma gran cosa dicea S. Agostino2: Omnia (Pelagius) disputat, quam ut oreta. Pelagio d'ogni altra cosa volea trattare fuorché dell'Orazione, ch'è l'unico mezzo (come teneva ed insegnava il Santo) per acquistare la Scienza de' Santi, secondo quel che scrisse già S. Giacomo: Si quis indiget sapientia, postulet a Deo, qui dat omnibus affluenter, nec3 improperat. Jac. 1. 6.
    Son troppo chiare le Scritture, che ci fan vedere la necessità che abbiamo di pregare, se vogliamo salvarci. Oportet semper orare, et non deficere. Luc. 18. 1. Vigilate, et orate, ut non intretis in tentationem. Matth. 26. 41. Petite, et dabitur vobis. Matth. 7. 7.
    Le suddette parole Oportet, Orate, Petite, come vogliono comunemente i Teologi4, significano ed importano precetto e necessità. Vicleffo5 dicea, che questi testi s'intendeano, non già dell'Orazione, ma

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    solamente della necessità delle buone opere, sicché il pregare in suo senso non era altro che il bene operare; ma questo fu suo errore, e fu condannato espressamente dalla Chiesa. Onde scrisse il dotto Leonardo Lessiob non potersi negare senza errar nella Fede, che la Preghiera agli Adulti è necessaria per salvarsi; costando evidentemente dalle Scritture, esser l'Orazione l'unico mezzo per conseguire gli aiuti necessari alla salute: Fide tenendum est Orationem Adultis ad salutem necessariam, ut colligitur ex Scripturis; quia Oratio est medium, sine quo auxilium ad salutem necessarium obtineri nequit6.
    La ragione è chiara. Senza il soccorso della Grazia noi non possiamo fare alcun bene. Sine me nihil potestis facere. Jo. 15. 5. Nota S. Agostino su queste parole, che Gesù Cristo non disse, niente potere compire, ma niente fare: Non ait perficere, sed facere7. Per darci con ciò ad intendere il nostro Salvatore, che noi, senza la Grazia neppure possiamo cominciare a far il bene. Anzi scrisse l'Apostolo, che da per noi neppure possiamo aver desiderio di farlo: Non quod sufficientes simus cogitare aliquid a nobis, sed sufficientia nostra ex Deo est. 2. Cor. 3. 58. Se dunque non possiamo neanche pensare al bene tanto meno possiamo desiderarlo. Lo stesso ci significano tante altre Scritture: Deus operatur omnia in omnibus 1. Cor. 12. 79. Faciam ut in praeceptis meis ambuletis, et judicia mea custodiatis, et operemini. Ezech. 36. 27. In modo, che, siccome scrisse S. Leone Ic Nulla facit homo bona, quae non Deus praestet, ut faciat homo10. Noi non facciamo alcun bene, fuori

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    di quello che Dio con la sua grazia ci fa operare. Onde il Concilio di Trento nella Sess. 6. Can. 3. disse: Si quis dixerit, sine praeveniente Spiritus Sancti inspiratione, atque ejus adjutorio, hominem credere, sperare, diligite, aut poenitere posse, sicut oportet, ut ei justificationis gratia conferatur, anathema sit.
    L'Autore dell'Opera imperfetta, parlando de' bruti, dice che 'l Signore altri ha provveduti di corso, altri di unghie, altri di penne, acciocché così possano conservare il loro essere; ma l'Uomo poi l'ha formato in tale stato, ch'esso solo Dio fosse tutta la di lui virtù: Alios munivit cursu, alios unguibus, alios pennis. Hominem autem sic disposuit, ut virtus illius Ipse sitd 11. Sicché l'Uomo è affatto impotente a procurare la sua salute, poiché ha voluto Iddio, che quanto ha, e può avere tutto lo riceva dal solo aiuto della sua Grazia.
    Ma questo aiuto della Grazia il Signore di providenza ordinaria non lo concede, se non a chi prega, secondo la celebre sentenza di Gennadioe: Nullum credimus ad salutem, nisi Deo invitante, venire; nullum invitatum salute suam, nisi Deo auxiliante, operari; nullum, nisi orantem, auxilium promereri12.
     Posto dunque da una parte, che senza il soccorso della Grazia niente noi possiamo; e posto dall'altra, che tal soccorso ordinariamente non si dona da Dio se non a chi prega, chi non vede dedursi per conseguenza, che la Preghiera ci è assolutamente necessaria alla salute? È vero che le prime grazie, le quali vengono a noi senza alcuna nostra cooperazione, come sono la vocazione alla Fede, o alla penitenza, dice S. Agostino che Dio le concede anche a coloro che non pregano; nulladimeno tien per certo poi il Santo, che l'altre grazie

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    (e specialmente il dono della Perseveranza) non si concedono, se non a chi prega: Deum nobis dare aliqua etiam non orantibus, ut initium Fidei; alia non nisi orantibus praeparasse, sicut Perseverantiamf 13. Ond'è che i Teologi comunemente con S. Basilio14, S. Gio. Grisostomo, Clemente Alessandrino, ed altri col medesimo S. Agostino, insegnano che la Preghiera agli Adulti è necessaria non solo di necessità di precetto, come abbiam veduto, ma anche di mezzo, viene a dire, che di provvidenza ordinaria un Fedele senza raccomandarsi a Dio, con cercargli le grazie necessarie alla salute, è impossibile che si salvi. Lo stesso insegna S. Tommasog dicendo: Post Baptismum autem necessaria est homini jugis oratio, ad hoc quod Caelum introeat; licet enim per Baptismum remittantur peccata, remanet tamen fomes peccati nos impugnans interius, et Mundus, et Daemones qui impugnant exterius.
     La ragione dunque, che ci fa certi secondo l'Angelico della necessità che abbiamo della Preghiera, eccola in breve: Noi per salvarci dobbiamo combattere, e vincere: Qui certat in agone non coronatur nisi legitime certaverit. 2. Tim. 2. 5. All'incontro senza l'aiuto Divino non possiamo resistere alle forze di tanti e tali nemici: or questo aiuto Divino solo per l'Orazione si concede: dunque senza Orazione non v'è salute.
    Che poi l'Orazione sia l'unico ordinario mezzo per ricevere i Divini doni, lo conferma più distintamente il medesimo S. Dottore in altro luogoh, dicendo che 'l Signore tutte le grazie che ab eterno ha determinate di donare a noi, vuol donarcele non per altro mezzo che dell'Orazione. E lo stesso scrisse S. Gregorioi: Homines postulando merentur accipere, quod eis Deus ante saecula disposuit donare15. Non già, dice S. Tommasol, è necessario il pregare, affinché Iddio intenda

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    i nostri bisogni, ma affinché noi intendiamo la necessità, che abbiamo di ricorrere a Dio, per ricevere i soccorsi opportuni a salvarci, e con ciò riconoscerlo per unico Autore di tutti i nostri beni: Sed ut nos (son le parole del Santo) consideremus in his ad Divinum auxilium esse recurrendum; et recognoscamus Eum esse bonorum nostrorum Auctorem.16 Siccome dunque ha stabilito il Signore, che noi fossimo provveduti del pane con seminare il grano, e del vino con piantar le viti; così ha voluto che riceviamo le grazie necessarie alla salute per mezzo della Preghiera, dicendo: Petite, et dabitur vobis; quaerite et invenietis. Matth. 7. 7.
    Noi in somma altri non siamo che poveri mendici, i quali tanto abbiamo quanto ci dona Dio per limosina. Ego autem mendicus sum et pauper. Psalm. 39. 18. Il Signore, dice S. Agostino, ben desidera e vuole dispensarci le sue grazie, ma non vuol dispensarle, se non a chi le domanda: Deus dare vult, sed non dat nisi petentim 17. Egli si protesta con dire: Petite, et dabitur vobis. Cercate, e vi sarà dato; dunque dice S. Teresa18, chi non cerca, non riceve. Siccome l'umore è necessario alle piante per vivere, e non seccare, così dice il Grisostomonè necessaria a noi l'Orazione per salvarci19. In altro luogo dice il medesimo Santo, che come l'Anima dà vita al Corpo, così l'Orazione mantiene in vita l'Anima: Sicut corpus sine Anima non potest vivere, sic Anima sine Oratione mortua est, et graviter olens20. Dice graviter olens, perché

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    chi lascia di raccomandarsi a Dio, subito comincia a puzzar di peccati. Si chiama anche l'Orazione cibo dell'Anima, perché senza cibo non può sostentarsi il Corpo, e senza Orazione (dice S. Agostino) non può conservarsi in vita l'Anima: Sicut escis alitur caro, ita orationibus homo nutritur21. Tutte queste similitudini, che adducono questi Ss. Padri, dinotano l'assoluta necessità ch'essi insegnano d'esservi in tutti di pregare per conseguir la salute.
    L'Orazione inoltre è l'arme più necessaria per difenderci da Nemici; chi di questa non s'avvale, dice S. Tommaso, è perduto22. Non dubita il Santo, che Adamo perciò cadde, perché non si raccomandò a Dio, allora che fu tentato: Peccavit, quia ad Divinum auxilium recursum non habuit23. E lo stesso scrisse S. Gelasio parlando degli Angeli ribelli: Dei gratiam in vacuum recipientes, non orando constare nequierunto 24. S. Carlo Borromeo in una Lettera Pastoralep 25 avverte, che tra tutti i mezzi, che Gesù Cristo ci ha raccomandati nel Vangelo, ha dato il primo luogo alla Preghiera; ed in ciò ha voluto che si distinguesse la Sua Chiesa e Religione dalle altre Sette, volendo ch'ella si chiamasse specialmente Casa d'Orazione: Domus mea domus orationis vocabitur. Matth. 21. 13. Conclude S. Carlo nella suddetta Lettera, che la Preghiera Est omnium virtutum principium, progressus, et complementum. Sicché nelle tenebre, nelle miserie, e ne' pericoli, in cui noi ci troviamo non abbiamo in che altro fondare le nostre speranze, che in sollevare gli occhi a Dio, e dalla sua Misericordia impetrare colle Preghiere la nostra salvezza: Sed cum ignoramus (dicea il Re Giosafatte) quid agere debeamus, hoc solum habemus residui, ut oculos dirigamus ad te. 2. Par. 20. 12.

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    E così anche praticava Davide, altro mezzo non trovando per non esser preda de' Nemici che pregare continuamente il Signore a liberarlo dalle loro insidie: Oculi mei semper ad Dominum, quoniam ipse evellet de laqueo pedes meos. Psalm. 24. 15. Sicché altro Egli non facea, che pregare dicendo: Respice in me et miserere mei, quia unicus et pauper sum ego, ibid. v. 16. Clamavi ad te, Domine, salvum me fac, ut custodiam mandata tua. Psalm. 118. 146. Signore, volgete a me gli occhi, abbiate pietà di me, e salvatemi: mentr'io non posso niente, e fuori di Voi non ho chi possa aiutarmi.
    Ed in fatti come noi potressimo26 mai resistere alle forze de' molti Nemici, ed osservare i Divini Precetti, specialmente dopo il peccato del nostro primo Padre Adamo, che ci ha renduti così deboli ed infermi, se non avessimo il mezzo dell'Orazione, per cui possiamo già dal Signore impetrare la luce, e la forza bastante per osservarli? Fu già bestemmia quel che disse Lutero, cioè che dopo il peccato di Adamo siasi fatta assolutamente impossibile agli Uomini l'osservanza della Divina Legge27. Giansenio ancora disse, che alcuni Precetti anche a' Giusti erano impossibili, secondo le presenti forze che hanno; e fin qui la sua proposizione avrebbe potuto spiegarsi in buon senso; ma ella fu giustamente condannata dalla Chiesa per quello che poi vi aggiunse, dicendo che mancava ancora la Grazia Divina a renderli possibili: Deest quoque Gratia qua possibilia fiant.
     È vero, dice S. Agostino, che l'uomo per la sua debolezza non può già adempire alcuni precetti colle presenti forze, e colla Grazia ordinaria, o sia comune a tutti, ma ben può colla Preghiera ottener l'aiuto maggiore, che vi bisogna per osservarli: Deus impossibilia non jubet, sed jubendo monet et facere quod possis, et petere quod non possis, et adjuvat ut possisq. Eccellere questo testo del Santo, che poi fu adottato, e fatto Dogma di Fede dal Concilio di Trento. Sess. 6. cap. 11. Ed ivi immediatamente soggiunse il S. Dottore: Videamus unde (cioè, come l'Uomo può fare quel che non può?) medicina poterit, quod vitio non potest28. E vuol dire, che colla Preghiera

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    otteniamo il rimedio della nostra debolezza, poiché, pregando noi, Iddio ci dona la forza a fare quel che noi non possiamo29. Non possiamo già credere, siegue a parlare S. Agostino, che 'l Signore abbia voluto imporci l'osservanza della legge, e che poi ci abbia imposta una legge impossibile; e perciò dice il Santo, che allorché Dio ci fa conoscere impotenti ad osservare tutt'i suoi Precetti, Egli ci ammonisce a far le cose facili colla grazia ordinaria, che ci dona, ed a far poi le cose difficili coll'aiuto maggiore, che possiamo impetrare per mezzo della Preghiera: Eo ipso quo firmissime creditur Deus impossibilia non potuisse praecipere, admonemur et in facilibus quid agamus, et in difficilibus quid petamusr 30. Ma perché (dirà taluno) ci ha comandato Dio cose impossibili alle nostre forze? Appunto per questo, dice il Santo, acciocché noi attendiamo ad ottener coll'Orazione l'aiuto per fare ciò che non possiamo: Jubet aliqua, quae non possumus, ut noverimus quid ab illo petere debeamuss 31. Ed in altro luogo: Lex data est, ut gratia quaereretur, gratia data est, ut lex implereturt 32. La legge33 non può osservarsi senza la grazia, e Dio a questo fine ha data la legge, acciocché noi sempre lo supplichiamo a donarci la grazia per osservarla. In altro luogo dice: Bona est lex, si quis ea legitime utatur. Quid est ergo legitime uti lege? E risponde: Per legem agnoscere morbum suum, et quaerere ad sanitatem Divinum adjutoriumu 34. Dice dunque S. Agostino, che noi dobbiamo servirci della legge, ma a che cosa? a conoscere per mezzo della legge (a noi impossibile) la nostra impotenza ad osservarla, acciocché poi impetriamo col pregare l'aiuto Divino, che sana la nostra debolezza.
    Lo stesso scrisse S. Bernardo dicendo35: Qui sumus nos, aut quae fortitudo nostra, ut tam multis tentationibus resistere valeamus? Hoc erat certe, quod quaerebat Deus, ut videntes defectum nostrum, et quod non est

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    nobis auxilium aliud, ad ejus Misericordiam tota humilitate curramus
    v. Conosce il Signore, quanto utile sia a noi la necessità di pregare, per conservarci umili, e per esercitare la confidenza; e perciò permette che ci assaltino nemici insuperabili dalle nostre forze, affinché noi colla Preghiera otteniamo dalla sua Misericordia l'aiuto a resistere. Specialmente avvertasi, che niuno può resistere alle tentazioni impure della carne, se non si raccomanda a Dio, quando è tentato. Questa nemica è sì terribile, che quando ci combatte, quasi ci toglie ogni luce; ci fa scordare di tutte le meditazioni, e buoni propositi fatti, e ci fa vilipendere ancora le verità della Fede, quasi perdere anche il timore de' castighi Divini: poiché ella si congiura coll'inclinazion naturale, che con somma violenza ne spinge a' piaceri sensuali. Chi allora non ricorre a Dio, è perduto. L'unica difesa contro quella tentazione è la Preghiera, dice S. Gregorio Nisseno36: Oratio pudicitiae praesidium est.
    E lo disse prima Salomone: Et ut scivi, quoniam aliter non possem esse continens, nisi Deus det... adii Dominum, et deprecatus sum illum. Sap. 8. 21. La castità è una virtù, che noi non abbiamo forza di osservarla se Dio non ce la concede, e Dio non concede questa forza, se non a chi la domanda. Ma chi la domanda, certamente l'otterrà.
    Pertanto dice S. Tommasoz, contro Giansenio, che non dobbiamo dire essere a noi impossibile il precetto della castità37, o altro Precetto, poiché quantunque non possiamo noi osservarlo colle nostre forze, lo possiamo nondimeno coll'aiuto Divino: Dicendum, quod illud quod possumus cum auxilio Divino, non est nobis omnino impossibile38. Né dicasi, che sembra un'ingiustizia il comandar ad un zoppo, che cammini diritto; no, dice S. Agostino, non è ingiustizia, sempre che gli è dato il modo di trovar il rimedio che sani il suo difetto, onde s'egli poi siegue ad andar tortamente, colpa è la sua: Consultissime homini praecipi, ut rectis passibus ambulet, ut, cum se non posse perspexerit, medicinam requirat ad sanandam peccati claudicationemx 39.

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    In somma dice lo stesso S. Dottore, che non saprà mai vivere bene, chi non saprà ben pregare: Recte novit vivere, qui recte novit orareaa 40. Ed all'incontro dicea S. Francesco d'Assisi, che senza Orazione non può sperarsi mai alcuno buon frutto in un'Anima41. A torto dunque si scusano que' peccatori, che dicono di non aver forza di resistere alle tentazioni. Ma se voi (gli rimprovera S. Giacomo) non avete questa forza, perché non la domandate? Voi non l'avete, perché non la cercate: Non habetis, propter quod non postulatis. Jac. 4. 2. Non ha dubbio, che noi siam troppo deboli, per resistere agli assalti de' nostri Nemici; ma è certo ancora, che Dio è fedele, come dice l'Apostolo, e non permette che noi siam tentati oltre le nostre forze: Fidelis autem Deus est, qui non patietur vos tentari supra id quod potestis, sed faciet cum tentatione proventum, ut possitis sustinere. 1. Cor. 10. 13. Commenta Primasio42: Illud faciet provenire gratiae praesidio, quod possitis tentationem sustinere. Noi siamo deboli, ma Iddio è forte; quando noi gli domandiamo l'aiuto, allora Egli ci comunica la sua fortezza, e potremo tutto, come giustamente si promettea lo stesso Apostolo dicendo: Omnia possum in eo, qui me confortat. Philip. 4. 13. Non ha scusa dunque (dice S. Gio. Grisostomo) chi cade, perché trascura di pregare, giacché se pregava, non sarebbe restato vinto da' Nemici: Nec quisquam poterit excusari, qui hostem vincere noluit, dum ab orando cessavitab 43.
    Qui cade poi il dubbio, se sia necessario il ricorrere ancora all'intercessione de' Santi, per ottenere le Divine grazie. In quanto al

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    dire, che sia cosa lecita ed utile l'invocare i Santi, come intercessori ad impetrarci per li meriti di Gesù Cristo quel che noi per li nostri demeriti non siam degni di ottenere; questa è dottrina già della Chiesa, come ha dichiarato il Concilio di Trento (Sess. 25. in Decr. de Invoc. Ss.): Bonum atque utile est suppliciter eos invocare, et ob beneficia impetranda a Deo per Filium ejus Christum ad eorum opem auxiliumque confugere.44 Tale invocazione era condannata dall'empio Calvino, ma troppo ingiustamente; s'è lecito e profittevole l'invocare in nostro soccorso i Santi viventi, e pregarli che ci assistano colle loro orazioni, come facea il Profeta Baruch che diceva: Et pro nobis ipsis orate ad Dominum Deum nostrum. Bar. 1. 13. E S. Paolo: Fratres orate pro nobis. 1. Thess. 5. 25. E Dio medesimo volle, che gli Amici di Giobbe si raccomandassero alle di lui orazioni, acciocché per li meriti di Giobbe Egli poi li favorisse: Ite ad servum meum Job... Job autem servus meus orabit pro vobis; faciem ejus suspiciam. Job. 42. 8. Se è lecito dunque raccomandarsi ai vivi, perché non ha da esser lecito l'invocare i Santi, che in Cielo più da vicino godono Dio? Ciò non è derogare all'onore, che a Dio si dee, ma duplicarlo, com'è l'onorare il Re non solo nella sua persona, ma ancora ne' suoi Servi. Che perciò dice S. Tommasoac esser bene, che si ricorra a' molti Santi, quia plurium orationibus quandoque impetratur, quod unius oratione non impetratur. Che se poi dicesse taluno: Ma a che serve il ricorrere a' Santi, acciocché preghino per noi, quando Essi già pregano per tutti coloro che ne son degni? Risponde lo stesso S. Dottoread, che alcuno non sarebbe già degno, che i Santi preghino per lui,
    ma ex hoc fit dignus, quod ad ipsum (Sanctum) cum devotione recurrit.
    Si controverte poi, se giovi il raccomandarsi all'Anime del Purgatorio. Alcuni dicono, che l'Anime Purganti non possono pregare per noi, indotti dall'autorità di S. Tommasoae, il quale dice, che quell'Anime, stando a purgarsi tra le pene, sono a noi inferiori, e perciò non sunt in statu orandi, sed magis ut oretur pro eis. Ma molti altri Dottori, come il Bellarmino45, Silvio, Cardinal Gotti ecc.af molto

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    probabilmente l'affermano, dovendosi piamente credere, che Dio manifesti loro le nostre Orazioni, affinché quelle sante Anime preghino per noi, e così tra noi e loro si conservi questo bel commercio di carità, cioè che noi preghiamo per esse, ed esse per noi. Né osta (come dicono Silvio e Gotti) quel che ha detto l'Angelico, di non esser l'Anime Purganti in istato di pregare, perché altro è il non essere in istato di pregare, altro il non poter pregare. È vero, che quell'Anime sante non sono in istato di pregare, perché (come dice S. Tommaso) stando a patire sono inferiori a noi, e più presto bisognose delle nostre Orazioni, nulladimeno in tale stato ben possono pregare, perché sono Anime amiche di Dio. Se mai un Padre ama teneramente un Figlio, ma lo tiene carcerato, affin di punirlo per qualche difetto commesso, il Figlio allora non è già in istato di pregare, ma perché non può egli pregare per gli altri? e non isperare di ottenere ciò che chiede, sapendo l'affetto che gli porta il Padre? Così essendo l'Anime del Purgatorio molto amate da Dio, e confermate in Grazia, non v'è impedimento che possa loro vietare di pregarlo per noi. La Chiesa per altro46 non suole invocarle, ed implorare la loro intercessione, perché ordinariamente elle non conoscono le nostre Orazioni. Ma piamente credesi (come si è detto) che il Signore faccia loro note le nostre preghiere, ed allora esse, che sono piene di carità, non lasciano certamente di pregare per noi. S. Caterina da Bologna, allorché desiderava qualche grazia, ricorreva all'Anime del Purgatorio, e presto si vedeva esaudita anzi attestava, che molte grazie che non avea ottenute per intercessione de' Santi, l'avea poi conseguite per mezzo dell'Anime del Purgatorio47.
    Ma qui mi si permetta di fare una digressione a beneficio di quelle sante Anime. Se vogliamo noi il soccorso delle loro Orazioni, è bene che ancora noi attendiamo a soccorrerle colle nostre Orazioni, ed opere. Dissi è bene48, ma anche dee dirsi esser questo uno de doveri Cristiani, poiché richiede la Carità, che noi sovveniamo il Prossimo

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    quando il Prossimo sta in necessità del nostro aiuto, e noi possiamo aiutarlo senza grave incomodo. Or'è certo, che tra i nostri Prossimi sono ancora l'Anime del Purgatorio, le quali benché non sieno più in questa vita, nulladimanco49, non lasciano d'essere nella Comunione de Santi. Piorum Animae mortuorum, dice S. Agostino, non separantur ab Ecclesiaag 50.
    E più distintamente lo dichiara S. Tommaso a nostro proposito, dicendo che la carità, che deesi verso i Defunti51, i quali son passati all'altra vita in Grazia, è un'estensione di quella stessa Carità, che dobbiamo verso i nostri Prossimi viventi: Caritas quae est vinculum Ecclesiae membra uniens non solum ad vivos se exstendit sed etiam ad Mortuos qui in Caritate decedunt52. Ond'è che noi dobbiamo soccorrere secondo possiamo quelle sante Anime, come nostri Prossimi; ed essendo le loro necessità maggiori di quelle degli altri Prossimi, maggiore ancora per questo riguardo par che sia il nostro dovere di sovvenirle.
    Ora in quali necessità si ritrovano quelle sante Prigioniere? È
    certo che le loro pene sono immense. Il fuoco che le brucia, dice S. Agostino, è più tormentoso di qualunque pena, che possa affligger l'Uomo in questa vita53: Gravior erit ille ignis quam quodquod potest homo pati in hac vitaah 54. E lo stesso stima S. Tommaso, aggiungendo esser quello il medesimo fuoco dell'inferno: Eodem igne torquetur Damnatus et purgatur Electusai 55. E ciò è in quanto alla pena del senso, ma assai più grande è poi la pena del danno, cioè la privazione della vista di Dio che affligge quelle sue sante Spose; mentre quell'Anime, non solo dal naturale, ma anche dal soprannaturale Amore, di cui ardono verso Dio, son tirate con tal impeto ad unirsi col loro sommo Bene, che vedendosi poi impedite dalle loro colpe, provano una pena sì acerba, che se elleno fossero capaci di morte, morirebbero in ogni momento.

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    Sicché, secondo dice il Grisostomo, questa pena della privazione di Dio le tormenta immensamente più, che la pena del senso: Mille Inferni ignes simul uniti non darent tantam poenam, quanta est sola poena damni56. Ond'è che quelle sante Spose vorrebbero patire tutte l'altre pene, che esser private d'un sol momento di quella sospirata unione con Dio. Dice pertanto il Maestro Angelico, che la pena del Purgatorio eccede ogni dolore, che può patirsi in questa vita: Oportet, quod poena Purgatorii excedat omnem poenam istius vitaeal 57. E riferisce58 Dionisio Cartusiano, che un certo defunto, e poi risorto per intercessione di S. Girolamo, disse a S. Cirillo Gerosolimitano, che tutti i tormenti di questa Terra sono sollievi e delizie, a rispetto della minor pena che v'è nel Purgatorio: Si omnia tormenta mundi minori, quae in Purgatorio habentur, poenae comparentur, solatia eruntam 59. E soggiunse, che se un Uomo avesse provate quelle pene, vorrebbe più presto soffrire tutt'i dolori di questa vita, che han patiti gli Uomini sino al giorno del Giudizio, che patire per un giorno solo la minor pena del Purgatorio. Onde scrisse il nominato S. Cirilloan 60, che quelle pene in quanto all'asprezza sono le stesse, che quelle dell'inferno; in questo solo differiscono, che non sono eterne. Le pene dunque di quelle Anime son troppo grandi; dall'altra parte non possono aiutarsi da se; elle, secondo quel che dice Giobbe, sono in catenis, et vinciuntur funibus paupertatis. Job. 36. 8. Son già destinate al Regno quelle sante Regine, ma son trattenute

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    a prenderne il possesso, sin tanto che non giunge il termine della loro purga; sicché non possono aiutarsi (almeno a sufficienza, se vogliam credere a quei Dottori, che vogliono che quell'Anime ben possono anche colle loro Orazioni impetrare qualche sollievo) per isciogliersi da quelle catene, finché non soddisfano61 intieramente la Divina Giustizia; come appunto disse dal Purgatorio un Monaco Cirsterciense al Sacristano del suo Monastero62: Aiutatemi (pregò) colle vostre orazioni, perché io da me niente posso ottenereao. E ciò è secondo quel che dice S. Bonaventura: Mendicitas impedit solutionemap 63. Cioè che quell'Anime sono sì povere, che non han come soddisfare.
    All'incontro essendo certo, anzi di Fede, che noi ben possiamo co' nostri suffragi, e principalmente colle Orazioni, lodate con modo particolare, ed anche praticate dalla Chiesa, sollevare quelle sante Anime lo non so come possa essere scusato da colpa, chi trascura di porger loro qualche aiuto, almeno colle sue Orazioni. Ci muova almeno a soccorrere, se non ci muove il dovere, il gusto che si dà a Gesù Cristo in vedere che noi ci applichiamo a sprigionare quelle sue dilette Spose acciocché le abbia seco in Paradiso. Ci muova almeno finalmente l'acquisto de' gran meriti, che possiamo fare, con usare questo grande atto di carità, verso di quelle sante Anime; le quali all'incontro sono gratissime, e ben conoscono il gran beneficio, che noi loro facciamo sollevandole da quelle pene, ed ottenendo colle nostre Orazioni l'anticipamento della loro entrata alla Gloria; onde non lasceranno, allorché elle saranno ivi giunte, di pregare per noi. E se il Signore promette la sua misericordia a chi usa misericordia al suo prossimo: Beati misericordes, quoniam ipsi misericordiam consequentur. Matth. 5. 7. con molta ragione può sperare la sua salute, chi attende a sovvenire quelle sante Anime così afflitte, e così care a Dio. Gionata dopo aver procurata la salute degli Ebrei colla vittoria, che ottenne de' Nemici fu egli
    condannato a morte da Saulle suo Padre, per essersi cibato del mele contro l'ordine da lui fatto; ma il Popolo si presentò al Re, e disse:

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    Ergo ne Jonathas morietur, qui fecit salutem hanc magnam in Israel? I Reg. 14. 45. Or così appunto dobbiamo sperare, che se mai alcuno di noi ottiene colle sue orazioni che un'Anima esca dal Purgatorio, e vada al Paradiso, quell'Anima dirà a Dio: Signore non permettete, che si perda colui, che mi ha liberato dalle pene. E se Saulle concesse la vita a Gionata, per le suppliche del Popolo, non negherà Iddio la salute eterna a quel Fedele per le preghiere di un'Anima, che gli è Sposa. In oltre dice S. Agostino64, che coloro che, in questa vita avranno più soccorso quelle sante Anime, nell'altra, stando nel Purgatorio, farà Dio che sieno più soccorsi dagli altri. Si avverta qui in quanto alla pratica, essere un gran suffragio per le Anime Purganti il sentir la Messa per esse, ed in quella raccomandarle a Dio per li meriti della Passione di Gesù Cristo, dicendo così: Eterno Padre, io v'offerisco questo Sacrificio del Corpo e Sangue di Gesù Cristo, con tutti i dolori ch'Egli patì nella sua vita e morte; e per li meriti della sua Passione vi raccomando l'Anime del Purgatorio, e specialmente ecc. Ed è atto di molta carità raccomandare nello stesso tempo anche l'Anime di tutti gli Agonizzanti.
    Questo che poi si è detto in quanto all'Anime Purganti, circa il punto se elle possano o no pregare per noi, e se pertanto a noi giovi o no il raccomandarci alle loro orazioni, non corre certamente a rispetto de' Santi; poiché in quanto a' Santi non può dubitarsi esser utilissimo il ricorrere alla loro intercessione, parlando de' Santi già canonizzati dalla Chiesa, che già godono la vista di Dio. Nel che il credere fallibile la Chiesa, non può scusarsi da colpa o d'eresia, come vogliono S. Bonaventura, il Bellarmino65, ed altri, o almeno prossima all'eresia, come tengono il Suarez, l'Azorio, il Gotti ecc.

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    poiché il Sommo Pontefice nel canonizzare i Santi principalmente,
    come insegna l'Angelicoaq, è guidato dall'istinto infallibile dello
    Spirito Santo.
    Ma ritorniamo al dubbio di sovra proposto, se vi sia anche obbligo di ricorrere all'intercessione de' Santi. Io non voglio entrare a questo punto, ma non posso lasciare di esponere una dottrina dell'Angelico. Egli primieramente in più luoghi rapportati di sopra, e specialmente nel libro delle sentenzear, suppone per certo esser tenuto ciascuno a pregare; poiché in altro modo non possono (come asserisce) ottenersi da Dio le grazie necessarie alla salute, se non si domandano: Ad orationem quilibet tenetur, ex hoc ipso quod tenetur ad bona spiritualia sibi procuranda, quae non nisi divinitus dantur; unde alio modo procurari non possunt, nisi ut a Deo petantur. In altro luogo poi dello stesso libroas il Santo propone appunto il dubbio: Utrum debeamus Sanctos orare ad interpellandum pro nobis? E risponde così (per far ben capire il sentimento del Santo, bisogna riferire l'intero suo testo): Ordo est divinitus institutus in rebus secundum Dionysium, ut per media reducantur in Deum. Unde, cum Sancti, qui sunt in Patria, sint Deo propinquissimi, hoc Divinae legis ordo requirit, ut nos qui manentes in corpore peregrinamur a Domino, in Eum per Sanctos medios reducamur; quod contingit, dum per eos Divina Bonitas suum effectum diffundit.
    Et quia reditus noster in Deum respondere debet processui bonitatum Ipsius ad nos, sicut mediantibus Sanctorum suffragiis Dei beneficia in nos deveniunt, oportet nos in Deum reduci, ut iterato beneficia Ejus sumamus mediantibus Sanctis. Et inde est, quod eos Intercessores pro nobis ad Deum constituimus, et quasi Mediatores, dum ab eis petimus, quod pro nobis orarent.
    Si notino quelle parole, Hoc Divinae Legis ordo requirit; e specialmente poi si notino l'ultime, Sicut mediantibus Sanctorum suffragiis Dei beneficia in nos deveniunt, ita oportet nos in Deum reduci, ut iterato beneficia ejus sumamus mediantibus Sanctis. Sicché secondo S. Tommaso l'ordine della Divina Legge richiede, che noi Mortali per mezzo de' Santi ci salviamo, col ricevere per loro mezzo gli aiuti necessari alla salute.
    Ed all'opposizione che si fa l'Angelico (ad primum) cioè che par superfluo ricorrere a' Santi, mentre Iddio è infinitamente più di loro misericordioso e propenso ad esaudirci, risponde, che ciò ha disposto il Signore, non già per difetto della sua clemenza, ma per conservare

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    l'ordine retto, ed universalmente stabilito di operare per mezzo delle cause seconde: Non est propter defectum (parole del Santo) misericordiae ipsius, sed ut ordo praedictus conservetur in rebus.
    E secondo quell'autorità di S. Tommaso, scrive il Continuatore di Tournely con Silvio, che sebbene solo Dio dee pregarsi come Autor delle grazie, nulladimeno noi siam tenuti di ricorrere anche all'intercessione de' Santi, per osservare l'ordine che circa la nostra salute il Signore ha stabilito, cioè che gl'inferiori si salvino implorando l'aiuto de' Superiori: Quia lege naturali tenemur eum ordinem observare, quem Deus instituit; at constituit Deus, ut ad salutem Inferiores perveniant implorato Superiorum subsidioat 66.
    E se ciò corre parlando de' Santi, maggiormente dee correre dell'Intercessione della Divina Madre, le cui Preghiere appresso Dio valgono67 certamente più che quelle di tutto il Paradiso; mentre disse S. Tommasoau che i Santi68 a proporzione del merito con cui s'han guadagnata la Grazia, possono salvare molti altri; ma che Gesù Cristo, e così anche la sua Madre si han meritata tanta Grazia, che possono salvare tutti gli Uomini: Magnum est enim in quolibet Sancto quando habet tantum de Gratia, quod sufficit ad salutem multorum; sed quando haberet tantum quod sufficeret ad salutem omnium, hoc esset maximum; et hoc est in Christo, et in B. Virgine.69 E S. Bernardoav parlando di Maria scrisse: Per Te accessum habemus ad Filium, o Inventrix gratiae, Mater salutis, ut per Te nos suscipiat, qui per Te datus est nobis70. Col che volle dire, che siccome noi non abbiamo l'accesso al Padre se non per mezzo del Figlio, ch'è Mediatore di Giustizia; così non abbiamo l'accesso al Figlio se non per mezzo della Madre, ch'è Mediatrice di

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    Grazia, e che ci ottiene colla sua Intercessione i beni, che Gesù Cristo ci ha meritati. Ed in conseguenza di ciò il medesimo S. Bernardo in altro luogoaz dice, che Maria ha ricevuto da Dio due Pienezze di grazia. La prima è stata l'incarnazione del Verbo eterno fatt'Uomo nel suo Utero Sagrosanto. La seconda è stata la Pienezza delle grazie, che per mezzo delle Preghiere d'essa Divina Madre noi riceviamo da Dio. Quindi soggiunge il Santo: Totius boni plenitudinem (Deus) posuit in Maria, ut proinde si quid spei nobis est, si quid gratiae, si quid salutis, ab Ea noverimus redundare, quae ascendit deliciis affluens. Hortus deliciarum, ut undique fluant et effluant aromata Ejus, charismata scilicet gratiarum71. Sicché quanto noi abbiamo di bene dal Signore, tutto lo riceviamo per mezzo dell'Intercessione di Maria. E perché mai ciò? perché (risponde lo stesso S. Bernardo) così vuole Dio: Sic est voluntas Ejus qui totum nos habere voluit per Mariam72.
    Ma la ragione più speciale si ricava da ciò che dice S. Agostino, il quale scrisse, che Maria giustamente si dice nostra Madre, perché Ella ha cooperato colla sua carità, acciocché nascessimo alla vita della Grazia noi fedeli, come membri del nostro Capo Gesù Cristo: Sed plane Mater membrorum Ejus (quae nos sumus), quia cooperata est caritate, ut Fideles in Ecclesia nascerentur, qui illius Capitis membra sunt.. Ond'è che siccome Maria ha cooperato colla sua carità alla nascita spirituale de' Fedeli, così anche vuole Dio, ch'ella cooperi colla sua intercessione a far loro conseguire la vita della Grazia noi fedeli, come membri del nostro Capo Gesù Cristo: Sed plane Mater membrorum Ejus (quae nos sumus), quia cooperata est caritate, ut Fideles in Ecclesia nascerentur, qui illius Capitis membra sunt.ax 73. Ond'è che siccome Maria ha cooperato colla sua carità alla nascita spirituale de' Fedeli, così anche vuole Dio, ch'ella cooperi colla sua intercessione a far loro conseguire la vita della Grazia in questo Mondo, e la vita della Gloria nell'altro. E perciò la santa Chiesa ce la fa chiamare e salutare con termini assoluti, la Vita, la Dolcezza, e la Speranza nostra: Vita, Dulcedo, et Spes nostra salve.
    Quindi S. Bernardoba ci esorta di ricorrere sempre a questa Divina Madre, perché le sue Preghiere son certamente esaudite dal

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    figlio: Ad Mariam recurre, non dubius dixerim, exaudiet utique Matrem Filius. E poi dice: Filioli, haec peccatorum Scala, haec maxima mea Fiducia, haec tota Ratio spei meae74. La chiama Scala il Santo, perché siccome nella scala non si ascende al terzo gradino, se prima non si mette il piede al secondo; e non si giunge al secondo se non si mette piede al primo, così non si giunge a Dio che per mezzo di Gesù Cristo, e non si giunge a Gesù Cristo che per mezzo di Maria. La chiama poi la massima Sua Fiducia, e tutta la Ragione di sua speranza, perché Iddio (come suppone) tutte le grazie che a noi dispensa, vuol che passino per mano di Maria. E conclude finalmente dicendo, che tutte le grazie che desideriamo, dobbiamo domandarle per mezzo di Maria, perché Ella ottiene quanto cerca, e le sue Preghiere non possono aver ripulsa: Quaeramus gratiam, et per Mariam quaeramus, quia quod quaerit invenit, et frustrari non potest75. E con sentimento conforme a S. Bernardo parlano anche S. Efrem: Nobis non est alia quam a Te fiducia, o Virgo sincerissima76. S. Idelfonso: Omnia bona quae illis summa Majestas decrevit facere, tuis manibus decrevit commendare. Commissi quippe sunt Tibi thesauri, et ornamenta gratiarum77. S. Germano78: Si nos deserueris, quid erit de nobis, o Vita Christianorum? S. Pier Damiani79: In manibus tuis sunt omnes thesauri miserationum Dei. S. Antonino80: Qui petit sine Ipsa, sine alis tentat volare. S. Bernardino da Siena in un luogo dice81: Tu dispensatrix omnium

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    gratiarum; salus nostra in manu tua est
    . In altro luogo non solo dice, che per mezzo di Maria si trasmettono a noi tutte le grazie, ma anche asserisce, che la Beata Vergine da che fu fatta Madre di Dio, acquistò una certa giurisdizione sopra tutte le grazie, che a noi si dispensano82: Per Virginem a capite Christi vitales gratiae in ejus Corpus mysticum transfunduntur. A tempore quo Virgo Mater concepit in utero Verbum Dei, quandam (ut sic dicam) jurisdictionem obtinuit in omni Spiritus Sancti processione temporali; ita ut nulla Creatura aliquam a Deo obtinuerit gratiam, nisi secundum Ipsius piae Matris dispensationem. E conclude: Ideo omnia dona, virtutes, et gratiae, quibus vult, quando vult, et quomodo vult, per Ipsius manus dispensantur83. Lo stesso scrisse S. Bonaventura: Cum tota Natura Divina intra Virginis Uterum exstiterit, non timeo dicere, quod in omnes gratiarum effluxus, quandam jurisdictionem habuerit haec Virgo, de cujus Utero quasi de quodam Divinatis Oceano flumina emanant omnium
    gratiarum84. Onde poi molti Teologi fondati sulle autorità di questi Santi, piamente e giustamente han difesa la sentenza, che non vi è grazia che a noi si dispensa, se non per mezzo dell'Intercessione di Maria: così il Vega, il Mendozza, il Paciucchelli, il Segneri, il Poirè, il Crasset85, e molti altri Autori, col dotto P. Natale Alessandro, il quale scrisse: Deus vult, ut omnia bona ab Ipso expectemus, potentissima Virginis Matris intercessione impetranda, cum Eam (ut par est) invocamusbb. E ne adduce in conferma il riferito passo di S. Bernardo: Sic est voluntas Ejus, qui totum voluit nos habere per Mariam. E lo stesso dice il P. Contensone, il quale sulle parole di Gesù Cristo in croce dette a S. Giovanni, Ecce Mater tua, così soggiunse Quasi diceret, Nullus Sanguinis mei particeps erit, nisi intercessione Matris meae. Vulnera gratiarum fontes sunt, sed ad

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    nullos derivabuntur rivi, nisi per Mariae canalem. Joannes Discipule, tantum a Me amaberis, quantum Eam amaveris.bc. Del resto è certo, che se gradisce Dio, che noi ricorriamo ai Santi, tanto più gli piacerà, che ci avvagliamo dell'Intercessione di Maria, acciocch'Ella supplisca col suo merito la nostra indegnità, secondo parla S. Anselmo: Ut dignitas intercessoris suppleat inopiam nostram. Unde Virginem interpellare, non est de Divina Misericordia diffidere, sed de propria indignitate formidarebd 86. Parlando poi S. Tommaso della Dignità di Maria, la chiama quasi infinita: Ex hoc quod est Mater Dei, habet quandam dignitatem infinitambe 87.
    Onde a ragione dicesi, che le Preghiere di Maria son più potenti appresso Dio, che le Preghiere di tutto il Paradiso insieme.
    Terminiamo questo primo punto, concludendo in somma da tutto quel che si è detto, che chi prega, certamente si salva; chi non prega, certamente si danna. Tutti i Beati
    (eccettuati i Bambini) si son salvati col pregare. Tutt'i Dannati si son perduti per non pregare; se pregavano, non si sarebbero perduti. E questa è, e sarà la loro maggior disperazione nell'Inferno, l'aversi potuto salvare con tanta facilità, quant'era il domandare a Dio le di Lui grazie, ed ora non essere i miseri più a tempo di domandarle.
     
     


     




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    CAPO II - DEL VALORE DELLA PREGHIERA

    Sono sì care a Dio le nostre Preghiere, ch'Egli ha destinati gli Angeli a presentargliele, subito che quelle da noi gli vengono fatte.

    Angeli, dice S. Ilario, praesunt Fidelium Orationibus, et eas quotidie Deo offerunta 1. Questo appunto è quel sagro fumo d'incenso, cioè le Orazioni de' Santi, che vide S. Giovanni ascendere al Signore, offertogli per mano degli Angeli, Apoc. cap. 82. Ed altrove (ibid. cap. 5.) scrive il medesimo S. Apostolo che le preghiere de' Santi son come certi vasetti d'oro, pieni di odori soavi, e molto graditi a Dio. Ma per meglio intendere quanto vagliano appresso Dio le Orazioni, basta leggere nelle Divine Scritture le innumerabili promesse, che fa Dio a chi prega, così nell'antico, come nel nuovo Testamento: Clama ad me, et exaudiam te. Jer. 33. 3. Invoca me, et eruam te. Ps. 49. 15. Petite, et dabitur vobis; quaerite, et invenietis; pulsate, et aperietur vobis. Matth, 7. 7. Dabit bona petentibus se. Matth. 7. 11. Omnis enim qui petit accipit, et qui quaerit invenit. Luc. Il. IC. De omni re, quamcumque petierint, fiet illis a Patre meo. Matth. 18. 19. Omnia quaecumque orantes petitis, credite, quia accipietis, et evenient vobis. Marc. Il. 24. Si quid petieritis me in nomine meo hoc faciam. Jo. 14. 14. Quodcumque volueritis, petetis, et fiet vobis. Jo. 15. 7. Amen, amen dico vobis: si quid petieritis Patrem in nomine meo dabit vobis. Jo. 16. 23. E vi sono mille altri testi consimili, che per brevità si tralasciano.

    Iddio ci vuol salvi, ma per nostro maggior bene ci vuol salvi da vincitori. Stando dunque in questa vita, abbiamo da vivere in una continua guerra, e per salvarci abbiam da combattere, e vincere. Nullus sine victoria poterit coronari, dice S. Gio. Grisostomob 3. Noi siam molto deboli, ed i Nemici son molti, ed assai potenti: come potremo loro



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    far fronte, e superarli? Animiamoci, e dica ciascuno, come dicea l'Apostolo: Omnia possum in eo qui me confortat. Philip. 4. 13. Tutto potremo coll'Orazione, per mezzo di cui ci darà il Signore quella forza, che noi non abbiamo. Scrisse Teodoreto, che l'orazione è onnipotente; ella è una, ma può ottenere tutte le cose: Oratio, cum sit una, omnia potest4. E S. Bonaventura asserì, che per la Preghiera si ottiene l'acquisto d'ogni bene, e lo scampo da ogni male: Per ipsam impetratur obtentio omnis boni, et liberatio ab omni malo5. Dicea S. Lorenzo Giustiniani, che noi per mezzo della Preghiera ci fabbrichiamo una Torre fortissima, dove saremo difesi e sicuri da tutte le insidie e violenze de' Nemici: Per Orationis exercitium secum arcem erigere valet homo c 6. Son forti le potenze dell'Inferno, ma la Preghiera è più forte (dice S. Bernardo) di tutti i Demoni: Oratio Daemonibus omnibus praevaletd 7. Sì, perché coll'Orazione acquista l'Anima l'aiuto Divino, che supera ogni potenza creata. Così si animava Davide ne' suoi timori: Io (dicea) chiamerò il mio Signore in aiuto, e sarò liberato da tutti i Nemici: Laudans invocabo Dominum, et ab inimicis meis salvus ero. Ps. 17. 4. In somma dice S. Gio. Grisostomo: Magna armatura precatio, tutela, portus, et thesauruse 8. L'Orazione è un'arme valevole a vincere ogni assalto de'



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    Demoni; è una difesa, che ci conserva in qualunque pericolo; è un porto che ci salva da ogni tempesta; ed è un tesoro insieme, che ci provvede d'ogni bene.

    Dio conoscendo il gran bene, che apporta a noi la necessità di pregare, a questo fine (come si disse nel Capo I.) permette, che siamo assaliti da' Nemici, acciocché gli domandiamo l'aiuto, ch'Egli ci offerisce, e ci promette. Ma quanto si compiace, allorché noi a Lui ricorriamo ne' pericoli, altrettanto gli dispiace il vederci trascurati nel pregare. Siccome il Re, dice S. Bonaventura, stimerebbe infedele quel Capitano, che trovandosi assediato nella Piazza, non gli cercasse soccorso: Reputaretur infidelis, nisi expectaret a Rege auxilium f 9, così Dio si stima come tradito da colui, che vedendosi insidiato dalle tentazioni, non ricorre a Lui per aiuto: mentr'Egli desidera, e sta aspettando, che gli si domandi, per soccorrere abbondantemente. Ben ciò lo dichiarò Isaia, allorché da parte di Dio disse al Re Achaz, che gli avesse domandato qualche segno, affin di accertarsi del soccorso, che 'l Signore volea dargli: Pete tibi signum a Domino Deo tuo. Isa. 7. 11 13. L'empio Re rispose: Non petam, et non tentabo Dominum. Io non voglio cercarlo, perché non voglio tentare Dio. Ciò lo disse, perché confidava nelle sue forze di vincere i Nemici, senza l'aiuto Divino. Ma il Profeta indi lo rimproverò: Audite ergo Domus David, numquid parum vobis est molestos esse hominibus, quia molesti estis et Deo meo? Significandoci con ciò, che rendesi molesto, ed ingiurioso a Dio, chi lascia di domandargli le grazie, che 'l Signore gli offerisce.

    Venite ad me omnes, qui laboratis, et onerati estis, et ego reficiam vos. Matth. 11. 28. Poveri figli miei, dice il Salvatore, che vi trovate combattuti da' Nemici, ed oppressi dal peso de' vostri peccati, non vi perdete d'animo, ricorrete a Me coll'Orazione, ed io vi darò la forza da resistere, e darò riparo a tutte le vostre disgrazie. In altro luogo dice per bocca d'Isaia: Venite, et arguite me (dicit Dominus), si fuerint peccata vestra ut coccinum, quasi nix dealbabuntur. Is. 1. 18. Uomini (dice) ricorrete a Me, e benché aveste le coscienze assai macchiate, non lasciate



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    di venire, e vi do licenza anche di riprendermi (per così dire), se mai dopo che farete a me ricorso, Io non farò colla mia grazia, che diventiate candidi come la neve. Che cosa è la Preghiera? Udiamo il Grisostomo: Oratio est fluctuantibus anchora, pauperum thesaurus, morborum curatio, custodia sanitatisg 10. La Preghiera è un'ancora sicura a chi sta in pericolo di naufragare: è un tesoro immenso di ricchezze a chi è povero, è una medicina efficacissima a chi è infermo, ed è una custodia certa a chi vuol conservarsi in sanità. Che fa la Preghiera? Udiamo S. Lorenzo Giustiniani: Placat Deum, postulata reportat, adversarios superat, immutat hominesh 11. L'Orazione placa lo sdegno di Dio, che perdona a chi con umiltà lo prega; ottiene la grazia di tutto ciò, che si domanda, supera tutte le forze de' Nemici: in somma muta gli Uomini da ciechi in illuminati, di deboli in forti, da peccatori in santi. Chi ha bisogno di luce, la domandi a Dio, e gli sarà data: subito ch'io son ricorso a Dio, disse Salomone, Egli mi ha conceduta la sapienza: Invocavi, et venit in me spiritus sapientiae. Sap. 7. 7. Chi ha bisogno di fortezza, la chieda a Dio, e gli sarà donata: subito ch'io ho aperta la bocca a pregare, disse Davide, ho ricevuto da Dio l'aiuto: Os meum aperui, et attraxi spiritum. Psalm. 118. 134. E come mai i santi Martiri acquista-

    rono tanta fortezza da resistere a' Tiranni, se non coll'Orazione, che ottenne loro il vigore da superare i tormenti, e la morte?

    Chi s'avvale in somma di questa grand'arme dell'Orazione, dice S. Gio. Grisostomo: Nescit mortem, relinquit terras, Caelos intrat, convivit Deoi 12. Non cade in peccato, perde l'affetto alla Terra, entra a dimorar nel Cielo, e comincia sin da questa vita a godere la conversazione di Dio. Che serve dunque ad angustiarsi taluno col dire: Chi sa s'io sono scritto o no al libro della Vita? Chi sa se Dio mi darà la grazia efficace, e la perseveranza? Nihil solliciti sitis, sed in omni oratione, et obsecratione, cum gratiarum actione, petitiones vestrae innotescant apud Deum.



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    Che serve, dice l'Apostolo, a confondervi in queste angustie e

    timori? Via discacciate da Voi tutte queste sollecitudini, che ad altro non vagliono, che a scemarvi la confidenza, e a rendervi più tepidi, e pigri a camminar per la via della salute. Pregate, cercate sempre, e fate sentire le vostre Preghiere a Dio, e ringraziatelo sempre delle promesse che v'ha fatte, di concedervi i doni che bramate (sempre che glieli cercate), la grazia efficace, la perseveranza, la salute, e tutto quel che desiderate. Il Signore ci ha posti nella battaglia a combattere con Nemici potenti, ma Egli è fedele nelle sue promesse, né sopporta, che

    Noi siam combattuti più di quel che vagliamo a resistere: Fidelis autem Deus est, qui non patietur vos tentari supra id quod potestis. 1. Cor. 10. 13. È fedele, poiché subito soccorre chi l'invoca. Scrive il Dotto Eminentissimo Cardinal Gotti, che 'l Signore non già è tenuto per altro a darci sempre una grazia, che sia eguale alla tentazione; ma è obbligato, quando siam tentati, e a Lui ricorriamo, di somministrarci per mezzo della grazia (che a tutti tiene apparecchiata, ed offerisce) la forza bastante con cui possiamo attualmente resistere alla tentazione: Tenetur

    Deus, cum tentamur, nobis ad Eum confugientibus per gratiam a Deo paratam et oblatam vires adfuturas praebere, et qua possimus resistere, et actu resistamus; omnia enim possumus in Eo, qui nos confortat per gratiam, si humiliter petamusl 13. Tutto possiamo col Divino aiuto, che si dona a ciascuno che umilmente lo chiede; onde non abbiamo scusa, allorché noi ci facciamo vincere dalla tentazione. Restiamo vinti solo per nostra colpa, perché non preghiamo. Coll'Orazione ben si superano tutte le insidie e forze de' Nemici: Per Orationem cuncta noxia effugantur14, scrisse

    S. Agostinom.

    Dice S. Bernardino da Siena, che la Preghiera è un'Ambasciatrice fedele, ben nota al Re del Cielo, e solita d'entrare sin dentro al suo gabinetto, e di piegare colla sua importunità l'animo pietoso del Re concedere ogni soccorso a noi miserabili, che gemiamo fra tanti combattimenti e miserie in questa valle di lagrime:15 Est Oratio Nuncius



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    fidelissimus, notus Regi, qui cubiculum Regis adire, et qui importunitate pium Regis animum flectere, et laborantibus opem impetrare solitus estn. Ci assicura ben anche Isaia, che quando il Signore sente le nostre Preghiere, subito si muove a compassione di noi, e non ci lascia molto piangere, ma nello stesso punto ci risponde, e ci concede quanto gli domandiamo. Plorans nequaquam plorabis, miserans miserebitur tui, ad vocem clamoris tui, statim ut audierit, respondebit tibi. Is. 30. 19. Ed in altro luogo parla il Signore per bocca di Geremia, e di noi lagnandosi dice: Numquid solitudo factus sum Israeli, aut terra serotina? Quare ergo

    dixit Populus meus: Recessimus, non veniemus ultra ad te? Jer. 2. 31. Perché (dice Iddio) voi dite, che non volete più ricorrere a Me? forse la mia Misericordia è terra sterile per voi, che non sappia darvi alcun frutto di grazie? o terra tardiva, che renda il frutto molto tardi? Con ciò il nostro amoroso Signore volle darci ad intendere, ch'Egli non lascia mai di esaudire, e di subito esaudire le nostre Preghiere, e con ciò vuol anche rimproverar coloro, che lasciano di pregarlo per diffidenza di non essere esauditi.

    Se Dio ci ammettesse ad esporgli le nostre suppliche una volta il mese, pur sarebbe un gran favore. I Re della Terra danno udienza

    poche volte l'anno, ma Dio dà sempre udienza. Scrive il Grisostomo, che Dio sta continuamente apparecchiato a sentire le nostre Orazioni; né si dà mai caso, ch'Egli essendo pregato come si dee, non esaudisca chi lo prega: Deus paratus continue ad vocem Servorum suorum est, nec unquam ut oportet vocatus non obaudivito 16. E altrove dice, che quando noi preghiamo Dio, prima che terminiamo di esporgli le nostre suppliche, Egli già n'esaudisce: Semper obtinetur, etiam dum adhuc oramus17.



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    Anzi di ciò ne abbiamo la promessa di Dio medesimo: Adhuc illis loquentibus, ego audiam. Is. 65. 24. Il Signore, dice Davide, sta vicino ad ognun che lo prega, per compiacerlo, esaudirlo, e salvarlo: Prope est Dominus, omnibus invocantibus eum; omnibus invocantibus eum in veritate (cioè come si dee). Voluntatem timentium se faciet, et deprecationem exaudiet, et salvos faciet illos. Psal. 144. 19. Ciò era quello, di cui gloriavas Mosè dicendo: Non est alia Natio tam grandis, quae habeat deos appropinquantes sibi; sicut Deus noster adest cunctis obsecrationibus nostris Deuter 4. 7. I Dei de' Gentili eran sordi a chi l'invocava, perché eran misere creature, che niente poteano; ma il nostro Dio, che può tutto, non è già sordo alle nostre Preghiere, ma sta sempre vicino a chi lo prega e pronto a concedere tutte le grazie che gli domanda: In quacunque die invocavero te, ecce cognovi, quoniam Deus meus es. Psal. 55. 1118. Signore (diceva il Salmista) in ciò ho conosciuto esser Voi il mio Dio tutto Bontà, e Misericordia, in vedere che sempreché a Voi ricorro, subito Voi mi soccorrete.

    Noi siamo poveri di tutto, ma se domandiamo, non siamo più poveri. Se noi siam poveri, Dio è ricco; e Dio è tutto liberale, dice l'Apostolo, con chi lo chiama in aiuto: Dives in omnes, qui invocant illum. Rom. 10. 12. Giacché dunque (ci esorta S. Agostino) abbiam che fare con un Signore d'infinita potenza, e d'infinita ricchezza; non gli cerchiamo cose picciole e vili, ma domandiamogli qualche cosa di grande: Ab Omnipotente petitis, aliquid magnum petite19. Se uno cercasse al Re una vil moneta, un quattrino, costui par che farebbe al Re un disonore. All'incontro noi onoriamo Dio, onoriamo la sua Misericordia e la sua Liberalità, allorché vedendoci così miseri come siamo ed indegni d'ogni beneficio, gli cerchiamo nondimeno grazie grandi20, fidati alla Bontà di Dio, ed alla sua Fedeltà, per la promessa fatta di concedere a chi lo prega qualunque grazia che gli domanda: Quodcumque volueritis petetis, et fiet vobis. Jo. 15. 7. Dicea S. Maria Maddalena de' Pazzi21, che



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    'l Signore si sente così onorato, e tanto si consola quando gli cerchiamo le grazie, che in certo modo Egli ci ringrazia, poiché così allora par che noi gli apriamo la via a beneficarci, ed a contentare il suo genio, ch'è di far bene a tutti. E persuadiamoci, che quando noi cerchiamo le grazie a Dio, Egli ci dà sempre più di quello, che gli domandiamo. Si quis indiget sapientia, postulet a Deo, qui dat omnibus affluenter, nec improperat. Jac. 1. 5. Così dice S. Giacomo, per dinotarci che Dio non è come gli Uomini avaro de' suoi beni; gli Uomini, ancorché ricchi, ancorché pii e liberali, se dispensano limosine, sempre sono stretti di mano, e per lo più donano meno di ciò che loro si domanda, perché la loro ricchezza, per quanto sia grande, sempre è ricchezza finita; onde quanto più danno, tanto più lor viene a mancare. Ma Dio dona i suoi beni, quando è pregato, affluenter, cioè colla mano larga, dando sempre più di quello che gli si cerca, perché la sua ricchezza è infinita; quanto più dà, più gli resta che dare. Quoniam tu Domine suavis, et mitis, et multae misericordiae omnibus invocantibus te. Psal. 85. 5. Voi, mio Dio, dicea Davide, siete troppo liberale e cortese con chi v'invoca; le misericordie che Voi gli usate, son tutte abbondanti, che superano? le sue dimande.

    In questo dunque ha da consistere tutta la nostra attenzione, in pregare con confidenza, sicuri che pregando si apriranno a nostro favore tutt'i tesori del cielo. Hoc studeamus (il Grisostomo), et aperiemus nobis Caelum22. L'Orazione è un tesoro, chi più prega, più ne riceve. Dice S. Bonaventura, che ogni volta che l'Uomo ricorre divotamente a Dio colla Preghiera, guadagna beni, che vagliono più che tutto il Mondo: In quacumque die lucratur homo oratione devota plus, quam valeat totus Mundusp 23. Alcune Anime divote impiegano gran tempo in leggere, e meditare, ma poco attendono a pregare. Non ha dubbio, che la Lezione spirituale, e la Meditazione delle Verità eterne sieno cose molto utili; ma assai più utile, dice S. Agostino, è il pregare; nel leggere, e meditare noi intendiamo i nostri obblighi, ma coll'Orazione



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    otteniamo la grazia di adempirli: Melius est orare quam legere; in lectione cognoscimus quae facere debemus, in oratione accipimus quae postulamusq 24. Che serve conoscere ciò che siamo obbligati a fare, e poi non farlo, se non per renderci più rei innanzi a Dio? Leggiamo, e meditiamo quanto vogliamo, non sodisfaremo25 mai le nostre obbligazioni, se non chiediamo a Dio l'aiuto per adempirle.

    E perciò riflette S. Isidoro, che in niun altro tempo il Demonio più s'affatica a distoglierci col pensiero delle cure temporali, che quando si accorge che noi stiamo pregando, e cercando le grazie a Dio: Tunc magis Diabolus cogitationes ingerit, quando orantem aspexeritr 26. E perché? Perché vede il Nemico, che in niun altro tempo noi guadagniamo più tesori di beni celesti, che quando oriamo. Il frutto più grande dell'Orazione mentale questo è, il domandare le grazie a Dio, che ci bisognano per la perseveranza, e per la salute eterna. Per questo principalmente l'Orazione mentale è moralmente necessaria all'Anima per conservarsi in grazia di Dio, perché se la persona non si raccoglie in tempo della Meditazione a domandare gli aiuti, che le son necessari per la perseveranza27, non lo farà in altro tempo; poiché senza meditare non penserà al bisogno, che ha di chiederli. All'incontro chi ogni giorno fa la sua Meditazione, ben vedrà i bisogni dell'Anima, i pericoli in cui si trova, la necessità che ha di pregare; e così pregherà, ed otterrà le grazie, che lo faranno poi perseverare e salvarsi. Dicea parlando di sé il P. Segneri28, che a principio nella Meditazione egli più si tratteneva in fare affetti che in preghiere, ma conoscendo poi la necessità, e l'immenso utile

    della Preghiera, indi in poi per lo più, nella molta Orazione mentale ch'egli faceva si applicava a pregare.



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    Sicut pullus hirundinis, sic clamabo, dicea il divoto Re Ezechia. Is. 38. 14.

    I pulcini delle rondini non fanno altro che gridare, cercando con ciò l'aiuto, e l'alimento alle loro madri. Così dobbiamo far tutti, se vogliamo conservarci la vita della Grazia, dobbiamo sempre gridare, chiedendo a Dio soccorso, per evitare la morte del peccato, e per avanzarci nel suo santo Amore. Riferisce il P. Rodriguez29, che i Padri antichi, i quali furono i nostri primi Maestri di spirito, fecero consiglio fra di loro, per vedere qual fosse l'esercizio più utile, e più necessario per la salute eterna, e risolsero esser il replicare spesso la breve Orazione di Davide: Deus in adjutorium meum intende. Lo stesso (scrive Cassiano)30 dee fare chi vuol salvarsi, dicendo sempre: Dio mio aiutami, Dio mio aiutami. Questo dobbiamo fare dal principio, che ci svegliamo la mattina, e poi seguitarlo a fare in tutti i nostri bisogni, ed in tutte le applicazioni, in cui ci troviamo, così spirituali, come temporali, e più specialmente poi quando ci vediamo molestati da qualche tentazione, o passione. Dice S. Bonaventura, che alle volte più presto si ottiene la grazia con una breve preghiera, che con molte altre opere buone: Quandoque citius brevi oratione aliquis obtinet, quod piis operibus vix obtinerets 31. Soggiunse S. Ambrogio, che chi prega, mentre prega, già ottiene; poiché lo stesso pregare è ricevere: Qui petit a Deo, dum petit, accipit; ipsum namque petere est acciperet 32. Quindi scrisse S. Grisostomo, che non



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    vi è più potente di un uomo che prega, Nihil potentius homine oranteu 33; perché costui si rende partecipe della potenza di Dio. Per salire alla perfezione, dicea S. Bernardo, vi bisogna la meditazione, e la Preghiera34: colla meditazione vediamo quel che ci manca, colla preghiera riceviamo quel che ci bisogna: Ascendamus meditatione, et oratione; illa docet quid desit, haec ne desit obtinet35.

    Il salvarsi in somma senza pregare è difficilissimo, anzi impossibile (come abbiam veduto) secondo la divina providenza ordinaria; ma pregando, il salvarsi è cosa sicura, e facilissima. Non è necessario per salvarsi andare tra gl'Infedeli a dar la vita; non è necessario ritirarsi ne' deserti a cibarsi36 d'erbe. Che ci vuol a dire: Dio mio aiutami, Signore assistimi, abbi pietà di me? vi è cosa più facile di questa? e questo poco basterà a salvarci, se saremo attenti a farlo. Specialmente esorta S. Lorenzo Giustiniani a sforzarci di fare orazione almeno in

    principio di qualunque azione: Connitendum est, ut in primordio saltem cujusque operis dirigatur oratio37. Attesta Cassiano38, che i Padri antichi esortavano sommamente il ricorrere a Dio con brevi ma spesse preghiere. Niuno faccia poco conto (dicea S. Bernardo) della sua orazione, giacché ne fa conto Iddio, il quale o ci dona allora ciò che cerchiamo o ciò ch'è più utile per noi: Nemo parvipendat orationem suam, quia Deus non parvipendit eam... aut dabit quod petimus, aut quod novit utiliusv 39. Ed intendiamo, che se non preghiamo, per noi non v'è scusa, perché la grazia di pregare è data ad ognuno; in mano nostra sta l'orare sempre che vogliamo, come di sé parlando dicea Davide: Apud me oratio Deo vitae meae, dicam Deo, susceptor meus es. Ps. 41. 9-10. Di questo punto se ne parlerà a lungo40 nella Seconda parte, in cui farò chiaro



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    abbastanza, che Dio dona a tutti la grazia di pregare; acciocché pregando possano poi ottenere tutti gli aiuti, anche abbondanti, per osservare la Divina Legge, e perseverare sino alla morte. Per ora dico solamente, che se non ci salveremo, tutta la colpa sarà la nostra, e solo per noi mancherà, perché non avremo pregato.